C’è un paese sull’Adriatico dove la Pasqua si annuncia con il silenzio delle campane. Perché dal Giovedì Santo al Sabato Santo, qui, le torri tacciono.
I bambini dicono che sono volate a Roma, e in loro assenza le nonne girano per i villaggi con klepetaljke, raganelle di legno che suonano secco come ossa. Cammini per le strade di pietra di Trogir, e quel crepitio ti riporta indietro di secoli.
Quel paese è la Croazia, e forse nessun altro posto sa mescolare il sacro e il pagano come fa lei. In tre giorni di Pasqua la percorri dalla costa alle isole, e scopri che qui la resurrezione sa di mare, di pane appena sfornato e di uova dipinte a mano.
Le uova rosse e il fuoco del sabato
Il Sabato Santo le donne accendono i forni a legna. Prepari con loro le pisanice: uova sode che tingono di rosso con le bucce di cipolla, di giallo con lo zafferano, di verde con le foglie di spinacio. Ogni famiglia ha il suo disegno segreto, una fogliolina di prezzemolo premuta contro il guscio prima di immergerlo nel colore. Le appoggi su un piatto di ceramica accanto al šunka, il prosciutto affumicato, e alla pinca, quel dolce lievitato con la croce incisa sopra. Poi le porti in chiesa, a farsi benedire.
Nella notte, nell’entroterra della Dalmazia, accendono i falò. Una volta era il fuoco sacro da portare a casa per proteggere i campi. Oggi, è un’occasione per starsene in cerchio, cantare canzoni antiche e aspettare la mezzanotte, quando la luce vince sull’oscurità.
La processione scalza e il bicchiere di rakija
Il Venerdì Santo, sulla penisola di Pelješac, succede qualcosa di unico. Gli uomini vestiti a lutto portano a spalla una croce di legno, e la gente li segue in fila, a piedi scalzi, tra gli ulivi e i cipressi. Nessuno parla. Solo i passi sullo sterrato e qualche voce che intona una križni put, una via crucis cantata che si tramanda da generazioni. A metà strada, una vecchia ti offre un bicchiere di rakija e un pezzo di pogača. Lo accetti anche se non hai sete, perché qui la fede è anche questo: un bicchiere condiviso sotto il sole di aprile.

Sull’isola di Hvar, la processione Za Križen dura otto ore. Sei paesi, sei soste, una fiaccola che non si spegne mai. L’UNESCO l’ha dichiarata patrimonio immateriale dell’umanità. E mentre li guardi passare, capisci che qui la Pasqua non si racconta: si cammina.
La domenica di mare e l’agnello sotto la peka
La domenica mattina ti svegli presto. Le campane sono tornate, e suonano a festa mentre vai alla messa all’alba in una chiesetta sull’isola di Vis. Fuori, il mare è già caldo, e i primi bagnanti si tuffano tra gli scogli. Perché in Croazia, la Pasqua è anche il primo giorno di mare.
Pranzi in una konoba: agnello arrosto cotto sotto la peka, quella campana di ghisa che cuoce lento tra le braci. Lo accompagni con un bicchiere di Plavac mali, e a fine pasto arriva la pinca appena sfornata. I bambini fuori fanno la guerra con le uova sode, scontrandole una contro l’altra finché uno dei due gusci non si rompe. Il vincitore tiene l’uovo intero, e si dice che porterà fortuna per tutto l’anno.
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Tre giorni di Pasqua in Croazia ti insegnano che la resurrezione può avere il sapore del mare, il colore rosso di un uovo dipinto, il silenzio di una processione scalza. È una terra di confine, tra Oriente e Occidente, e proprio per questo la sua Pasqua sa essere tutto insieme: intensa, dolce, antica e nuova.
Se devi scegliere tra un souvenir qualunque e un uovo dipinto a mano da una nonna di Zagabria, scegli l’uovo. Tra una foto al volo e un pomeriggio perso a guardare il mare da una panchina di Dubrovnik, scegli la panchina.
Perché la Croazia non si visita, si ascolta. E a Pasqua, se hai il cuore aperto, la senti rinascere. Lenta, profumata, viva. Proprio come la primavera che finalmente, dopo un lungo inverno, ha deciso di restare.
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