Il Giappone in tre giorni non si visita: si assaggia. Lo so, sembra poco. Ma a volte il viaggio non si misura in giorni, si misura in sguardi. In quanti dettagli riesci a trattenere.
La prima volta che sono atterrato a Tokyo volevo tutto, subito. Ho corso talmente tanto che il terzo giorno non ricordavo più cosa avevo visto il primo. Poi ho capito: il Giappone non si conquista, si lascia che sia lui a entrare dentro di te.
Tokyo, lo spaesamento che ti sveglia
Arrivi e la prima sensazione è lo spaesamento. Luci, schermi, incroci dove migliaia di persone si incrociano senza sfiorarsi. Shibuya è il posto giusto per sentirsi piccoli. Ma non fermarti lì. Prendi la metro e scendi a Asakusa, al tempio Senso-ji. All’improvviso il silenzio. L’incenso che sale lento, le ragazze in kimono che
camminano scalze. In dieci minuti hai attraversato secoli.
La sera, i vicoli di Omoide Yokochō a Shinjuku. Bettole piccolissime dove mangi yakitori su banchi di legno. Lì ti siedi accanto a salaryman che ordinano birra, e per un attimo non sei più turista.
Kyoto, il tempo che si ferma
Shinkansen la mattina presto. Due ore e mezza e sei in un’altra epoca. Kyoto è il Giappone che avevi immaginato. Il trucco? Alzarsi alle 7. Il sentiero del filosofo è ancora tuo. I ciliegi sembrano nuvole
rosa ferme sull’acqua. I templi aprono piano e tu entri nel Ginkaku-ji senza ressa, ascoltando solo la ghiaia sotto i piedi.
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Nel pomeriggio Arashiyama. Il bosco di bambù è famoso, ma la magia vera è nei sentieri laterali, verso piccoli templi dimenticati. Lì capisci che “sacralità” qui ha un altro peso. La sera, Gion. Non per i ristoranti costosi: per i vicoli di Shirakawa, case in legno affacciate sul canale, salici piangenti, silenzio. Se incroci una maiko, non chiedere foto. Guarda e basta.
L’ultimo giorno torni a Tokyo, ma da un’altra parte. Yanaka, quartiere sopravvissuto ai bombardamenti. Stradine, gatti al sole, botteghe dove un vecchio intaglia il legno come suo nonno.
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