Possiamo dirlo senza troppi giri di parole: la Royal Family ha imparato a sopravvivere (e spesso a prosperare) dentro il gossip, ma non perché lo ami. Perché lo conosce. E perché, da decenni, gestisce i suoi “scandali” come si gestisce una crepa in un muro portante: si copre, si rinforza, si sposta l’attenzione. È per questo che, quando si parla di Meghan Markle, l’idea dell’”esperimento” attribuito alla regina Elisabetta suona meno fantasiosa di quanto si creda. Non per complotto, ma per logica di Palazzo: introdurre una novità, controllarne l’impatto, misurare le reazioni, cercare l’equilibrio.
Chi ha seguito The Crown sa che la serie insiste su un punto: nella monarchia britannica i sentimenti sono un elemento secondario, mentre la tenuta dell’istituzione è sempre il primo. E infatti la storia di Margaret, più che un “romanzo”, diventa una lezione interna: quando l’amore entra in collisione con le regole, non vince quasi mai l’amore. Non importa quanto si provi a trovare una via d’uscita, non importa quante mediazioni si tentino. A un certo punto, il sistema si chiude e decide da solo.
È qui che nasce l’assonanza con Harry e Meghan, ma non come parallelo “da rassegna”, bensì come meccanismo che si ripete. Con Harry, il problema non è stato soltanto il matrimonio in sé. Il matrimonio, anzi, è sembrato per un attimo il punto di incontro: un sì che poteva calmare le acque, un compromesso capace di tenere insieme tradizione e presente. Il punto vero è quello che viene dopo: la convivenza tra due mondi che non parlano la stessa lingua. Da una parte l’istituzione, che ragiona per gerarchie, silenzi e tempi lunghi; dall’altra una coppia che pretende spazio, voce, racconto. E nella Royal Family il racconto non è mai “libero”: è sempre controllato.
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Meghan Markle, la prova che il controllo non basta
Quando venne annunciato il fidanzamento tra Meghan Markle e il principe Harry, dopo settimane di rumor, la sorpresa fu meno romantica e più culturale: un’attrice americana, con un passato già esposto mediaticamente, entrava nel cuore di un sistema che vive di protocolli e distanza. Non era solo una questione di popolarità o di immagine: era la somma di dettagli che, a Palazzo, pesano come macigni. Il divorzio alle spalle, la familiarità con le telecamere, un modo di comunicare diretto, moderno, non filtrato.
Da qui l’idea, raccontata e ripetuta nel tempo da “voci” mai ufficiali, che Elisabetta abbia visto in Meghan anche un banco di prova: una figura in grado di parlare a un pubblico diverso, di rendere la monarchia più contemporanea senza farla sembrare invecchiata. Un tentativo, insomma, di aggiornare l’immagine senza scardinare la struttura. Ma il punto è che la struttura non si aggiorna con una persona sola, e soprattutto non si aggiorna se quella persona pretende di muoversi come se le regole fossero negoziabili.

Il risultato lo conosciamo: invece di assorbire la novità, il sistema ha reagito irrigidendosi. E la coppia, invece di adattarsi, ha scelto di uscire dal perimetro. È qui che l’”esperimento” ,se così vogliamo chiamarlo, si è spezzato: non perché Meghan “non funzionasse”, ma perché l’istituzione non accetta che la narrazione le sfugga di mano.
Il nuovo piano di Meghan sta davvero funzionando?
Negli ultimi anni Meghan Markle ha tentato più volte di riprendersi il centro della scena, alternando progetti, apparizioni e una ricerca costante di controllo sulla propria immagine. E qui si torna al nodo principale: la stessa cosa che a Corte sarebbe stata impossibile, fuori dalla Corte diventa l’arma più potente. Raccontarsi. Mostrare. Scegliere cosa far vedere e cosa no.
Il ritorno sui social, in questa chiave, non è un dettaglio: è un segnale. È la dimostrazione che la quotidianità può diventare messaggio, e che un frammento domestico può valere più di un comunicato formale. Meghan ha usa l’esposizione di Lilibet per scardinare il monopolio dell’immagine reale sfruttando anche la presenza di Harry nello scatto, il punto non è solo la tenerezza. È l’idea implicita: “questa vita esiste, ed è normale“. Una normalità che, se fossero rimasti dentro la Royal Family, sarebbe stata quasi impensabile da vedere così.
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E allora la domanda resta aperta: sta funzionando? Forse sì, ma non nel senso superficiale del “piace/non piace”. Sta funzionando perché Meghan ha trovato il modo di restare legata alla monarchia senza starci dentro: continua a generare attenzione proprio attraverso ciò che la monarchia, per definizione, non può concedere. E finché questo meccanismo reggerà, la sua figura continuerà a muoversi sul confine più redditizio di tutti: quello tra istituzione e racconto, tra silenzio e esposizione, tra protocollo e vita vissuta.
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