Se Palermo la prendi di petto, ti stanca. Se la prendi “a onde”, un picco di meraviglia, poi una pausa, poi di nuovo un picco, ti resta addosso come un profumo.
È questa la mossa furba per tre giorni: non correre dietro ai monumenti, ma alternare pietra e pancia, arte e mercato, silenzio e confusione.
E tu lo sapevi che Palermo si capisce meglio così? Perché è una città stratificata: ti dà tantissimo, ma pretende ritmo. Quindi sì: io ti propongo un itinerario discorsivo, da amica che vuole farti tornare a casa felice, non con l’elenco spuntato.
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Cosa vedere in 3 giorni: il ritmo giusto per non rovinarti il viaggio
Il primo giorno lo dedicherei al “cuore che batte”. Parti al mattino presto dal centro storico quando è ancora respirabile: Quattro Canti, una deviazione verso Piazza Pretoria, poi la Cattedrale senza ansia da prestazione. La vera differenza la fai a pranzo: vai in un mercato (Ballarò, se vuoi la versione più viva e autentica) e non trattarlo come una tappa turistica, ma come una pausa lunga. Ti siedi, guardi, assaggi, lasci che la città ti passi davanti. Nel pomeriggio fai una cosa intelligente: scegli una sola visita “forte” e poi cammina senza meta precisa, perché Palermo ti regala i dettagli quando smetti di inseguirla. La sera, se ti va, chiudi in zona Teatro Massimo: non per forza spettacolo, anche solo passeggiata e una cena calma.

Il secondo giorno è quello della meraviglia concentrata. Vai presto a Palazzo dei Normanni e Cappella Palatina: è uno di quei posti che non vogliono fretta, perché la bellezza qui è quasi fisica. Dopo, niente “full immersion” infinita: alleggerisci. Palermo funziona quando ti concedi un pomeriggio più lento tra Kalsa, cortili, chiese piccole, botteghe, magari un caffè seduta bene, non in piedi. È qui che inizi a sentirla davvero tua. Il terzo giorno è la scelta che ti definisce: vuoi il mare o vuoi l’ultimo colpo d’oro? Se ti serve aria, vai a Mondello e fai pace con la luce. Se invece vuoi chiudere con un’impressione che resta, fai una mezza giornata a Monreale e torna in città con quella sensazione di aver completato un cerchio.
Cosa mangiare: non “tutto”, ma le cose giuste (con un criterio semplice)
Palermo non si mangia “a caso”. Se lo fai, rischi di appesantirti e di perdere il meglio. Il criterio che uso io è banalissimo ma infallibile: mercato a pranzo, piatto identitario a cena, dolce scelto con rispetto.
A pranzo nei mercati vai di street food senza vergogna: panelle e crocchè perché sono la grammatica della città, sfincione quando vuoi qualcosa di più “pieno”, e se te la senti il pane con la milza, non perché devi dimostrare coraggio, ma perché è un pezzo di storia popolare.

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La sera fai la mossa elegante: scegli un primo che racconti la Sicilia (pasta con le sarde o con finocchietto, per esempio) e non riempirti di mille assaggi. E sul dolce ti dico una cosa netta: meglio un cannolo fatto bene che tre “carini”. Palermo, quando ti dà la ricotta giusta, ti cambia l’idea stessa di dolce.
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