L’aurora boreale l’avevo vista mille volte in foto. Verde smeraldo che danza su montagne innevate, riflessi perfetti su laghi ghiacciati, roba da copertina di rivista. Poi sono partito e ho scoperto la verità: l’aurora non si vede, si aspetta. E nell’attesa impari più che nello spettacolo. Perché l’aurora è lunatica.
Non si presenta all’ora di cena, non segue i tuoi piani. Esce quando vuole, spesso quando hai già perso le speranze e stai per rientrare a bere qualcosa di caldo. E lì capisci che non sei tu a cercare lei, è lei che decide di mostrarsi.
Dove andare quando arrivi: la scelta che cambia tutto quando vai per l’Aurora Boreale
Io ho scelto le Lofoten, in Norvegia. Non perché siano le più famose, ma perché ho pensato: se devo aspettare, che sia in un posto bellissimo anche senza aurora. E funziona così: vai a dormire in un fisherman cabin affacciato sul fiordo, mangi zuppa di pesce in ristorantini che sanno di legno e lana, cammini sulle spiagge bianche che sembrano Caraibi con addosso il piumino.
Cabine rosse di pescatori affacciate su un fiordo ghiacciato, le montagne sullo sfondo, tutto
silenzio. I posti giusti sono quelli lontani dalle luci. Tromsø è carina ma troppo città. Punta a nord,
verso Ersfjordbotn, o a ovest, verso Reine. Lì il buio è vero, quello che ti fa vedere le stelle
come non le hai mai viste, così tante che non riconosci più le costellazioni.
La parte più lunga e più bella
La prima sera esci carico, tre strati di vestiti, thermos di tè, treppiede pronto. E niente. Solo
freddo e una nuvola che non si sposta. La seconda sera ripeti, con meno entusiasmo. La
terza sera sei dentro la cabina e qualcuno bussa: “è uscita”.
Esci di corsa, infilando gli scarponi alla cieca. E lassù qualcosa si muove. All’inizio è solo una nuvola chiara, pensi sia un riflesso. Poi inizia a ondeggiare, lentamente, come un tendone mosso dal vento. Il verde diventa più intenso, a volte si tinge di viola sui bordi. Una fascia di aurora boreale verde che si allunga nel cielo stellato sopra un fiordo norvegese.
E tu stai lì sotto, con la bocca aperta, a chiederti come sia possibile che qualcosa di così immateriale ti entri dentro con tutta quella forza.

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Ho scattato foto, certo. Ma quelle che guardo più spesso sono venute male: mosse, sovraesposte, perché mentre premevo il pulsante l’aurora accelerava e io dimenticavo le impostazioni. Ma ricordo tutto. Il silenzio talmente pieno che sentivi il ghiaccio crepitare sotto i piedi. Il fiato che diventava fumo. La sensazione di essere piccolissimo sotto qualcosa di enorme.
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