La Transilvania non è il posto che ti aspetti. Arrivi dopo ore di strada tra colline verdi e foreste così fitte che il sole ci mette fatica a entrare. E poi lo vedi, il castello di Bran.
Arroccato su una rupe di pietra, con le torri che sembrano artigli puntati verso il cielo. Non è il manoscritto gotico e nero dei film. È di pietra bianca, con tetti rossi e finestre piccole, eppure appena lo guardi senti un brivido che non sai spiegare.
Parcheggi ai piedi della collina. Il borgo sottostante è pieno di bancarelle che vendono zanne di plastica e mantelli di velluto. Sorridi, compri una calamita per non farti mancare nulla, e poi cominci a salire. Il sentiero è ripido, i ciottoli scivolano sotto le scarpe. A metà strada ti giri: la valle dei Carpazi si apre tutta, boschi e prati, e l’aria profuma di resina e di terra bagnata.
Poi varchi il ponte. Sotto di te un torrente stretto, sopra di te le mura. Entri nel cortile, e il tempo fa un salto indietro di seicento anni.

I corridoi segreti e la stanza del conte
Dentro, il castello è un labirinto. Scale a chiocciola così strette che due persone non ci passano insieme, passaggi che sembrano muri e invece sono porte, finestre che si aprono sul vuoto. Cammini nelle sale vuote, e il legno scricchiola sotto i tuoi passi. C’è una stanza, al secondo piano, che dicono fosse di Vlad l’Impalatore. Non ci sono mobili, solo quattro muri di pietra e una finestra che guarda i boschi. Ti fermi un attimo. Il silenzio è così pieno che quasi ronza.
Il vero Vlad non ha mai vissuto qui, lo sai. Ma qualcosa di lui è rimasto: l’odore della paura, forse, o quella sensazione che a ogni angolo qualcuno ti stia guardando.
La terrazza e la valle dei vampiri
Sali sulla torre più alta. La scala è buia, i gradini consumati da secoli di passi. Affiorano le ultime luci, e poi esci. La terrazza è piccola, il vento forte, ma il panorama è quello che cercavi. La Transilvania è tutta sotto: colline che si rincorrono all’infinito, campanili di villaggi lontani, e la strada che hai fatto per arrivare fin qui.
Ti siedi sul muro. Un turista accanto a te scatta una foto, un bambino chiede alla mamma se Dracula esce solo di notte. Tu invece non fai niente. Guardi il sole che comincia a tingere i boschi di arancione, e pensi che forse la leggenda è più vera della storia. Perché Vlad è morto, ma il Conte, quello con il mantello nero e il sorriso storto, vive ancora. Qui, in queste pietre, in questo silenzio, in questo brivido che non ti abbandona.
L’ultima discesa e il calderone di vin brulè
Scendi piano. Le scale ti sembrano più lunghe, ma non vuoi andartene. Nel cortile, un calderone di rame fuma: qualcuno sta vendendo vin brulè. Lo prendi caldo, lo bevi a piccoli sorsi, e il sapore di cannella e chiodi di garofano ti scalda le dita. Sotto, nel borgo, le bancarelle accendono le lucine. È quasi sera.
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Un giorno a Bran ti insegna che i mostri non sono dove credi. Non stanno nei film, non stanno nei libri. Stanno qui, nelle pieghe di una fortezza medievale, in un passaggio segreto, in una finestra che dà sui Carpazzi. E forse non esistono nemmeno. Ma la paura, quella sì. Ed è bellissima. Se devi scegliere tra una maglietta con stampato Dracula e un bicchiere di vin brulè bevuto sotto le mura, scegli il vin brulè. Tra una foto di rito e un’ora seduto sulla terrazza a guardare il tramonto, scegli il tramonto.
Perché il castello di Bran non si visita, si ascolta. E se hai il coraggio di restare fino a sera, quando le luci si accendono e i turisti se ne sono andati, lo senti respirare. Lento, antico, vivo. Proprio come una leggenda che non vuole morire.
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