Vienna ti accoglie con una leggera inclinazione del capo, come un imperatore che concede udienza. Arrivi alla stazione di Meidling, e già i cartelli hanno un’aria più solenne: Stephansplatz, Ringstrabe, Schönbrunn.
Prendi la metropolitana, e quando sbuchi in superficie davanti alla cattedrale di Santo Stefano, il primo respiro è di marmo e di incenso. Il tetto a piastrelle colorate sembra un mantello ricamato, e le guglie si perdono nel cielo grigio di aprile. È il primo mattino, e hai tre giorni per imparare a chiamare questa città per nome.
Il primo caffè e il valzer dei cavalli
Il primo giorno lo dedichi al cuore imperiale. Cominci dal Café Central, quello dove si sedeva Trotsky e dove Freud ordinava la stessa torta ogni pomeriggio. Entri e il tempo si ferma al 1910: lampadari di cristallo, camerieri in gilet, vassoio d’argento. Ordini una Melange, caffè macchiato di schiuma, e una fetta di Sacher. La panna montata è alta un dito, il cioccolato fondente si scioglie piano. Intorno a te, i viennesi leggono il giornale senza parlare. Il silenzio è dorato.
Poi esci e cammini lungo la Ringstraße. L’Opera, il Museo di Storia dell’Arte, il Parlamento con la statua di Pallade Atena. I cavalli della Scuola Spagnola danzano nel loro maneggio barocco, e tu ti fermi a guardare il lipizzano bianco che si alza sulle zampe posteriori come in un sogno.
La Vienna imperiale e il silenzio dei musei
Il secondo giorno vai a Schönbrunn. Il castello è enorme, giallo, con mille finestre. Entri nelle sale degli Asburgo, cammini sui parquet che hanno sentito i passi di Maria Teresa e di Sissi. La stanza della principessa è ancora con i suoi giocattoli, e per un attimo ti sembra di sentire una bambina ridere. Poi esci in giardino. Salì sulla collina fino alla Gloriette. Vienna è tutta sotto: tetti verdi, la ruota del Prater, e in lontananza il Danubio che scorre lento.
Nel pomeriggio ti perdi al Museo di Storia dell’Arte. La cupola ottagonale ti accoglie con le scale di marmo bianco. I Bruegel sono lì, con i loro contadini che ballano e i bambini che giocano sulla neve. Ti fermi davanti alla Torre di Babele e perdi la nozione del tempo.
Il Belvedere e l’ultimo bacio
L’ultimo giorno lo regali al Belvedere. Il palazzo è un gioiello barocco, con i suoi due castelli e il giardino all’italiana che scende a terrazze. Sali al piano superiore. E poi lo vedi. Il Bacio di Klimt è lì, dietro un vetro, e sembra bruciare d’oro. La donna ha gli occhi chiusi, l’uomo la stringe a sé, e i mantelli si fondono in un’unica fiamma. Resti lì dieci minuti, forse venti. Non vuoi andartene.
Poi esci, cammini nel giardino. I tulipani sono in fiore, rossi e gialli, e l’acqua della fontana cade lenta.
L’ultimo caffè e il congedo
Prima di andare via, torni al centro. Prendi un Apfelstrudel in un caffè qualunque, lo mangi con la panna, e guardi i tram gialli che passano. Un violinista suona in piazza, e la musica si perde tra i portici. Pensi che Vienna è una città che non hai mai posseduto, ma che ti ha posseduto un po’.
Tre giorni a Vienna ti insegnano che l’eleganza è silenziosa, che il tempo si misura in tazzine di caffè, che un bacio può durare per sempre se è dipinto in oro. È una città che non chiede niente, ma regala tutto a chi sa fermarsi.
Se devi scegliere tra un souvenir qualunque e una fetta di Sacher mangiata al Café Central, scegli la Sacher. Tra una corsa da un museo all’altro e un pomeriggio perso davanti al Bacio di Klimt, scegli il Bacio. Perché Vienna non si visita, si assapora. E in tre giorni, se hai il coraggio di sederti e aspettare, te la porti dentro come un valzer che continua a girare nella testa, anche quando il treno è già partito.

