La Civita diventa un teatro a cielo aperto con “Civitoti in Pretura”
Questa volta per andare a teatro non servirà cercare una poltrona, perché basterà alzare gli occhi verso i balconi della Civita. Saranno proprio le case e le famiglie del quartiere catanese a diventare parte di Civitoti in Pretura alla Civita, uno spettacolo diffuso che porta la rappresentazione fuori dai luoghi tradizionalmente dedicati al teatro.
Il palcoscenico, infatti, sarà l’intero quartiere, con i suoi vicoli, i cortili, i balconi e gli edifici in pietra lavica. Agli abitanti verrà chiesto di aprire simbolicamente le porte delle proprie case agli attori, che reciteranno direttamente dai balconi.
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Una scelta che assume un significato ancora più particolare se pensiamo alla storia della Civita, uno dei quartieri più antichi e identitari di Catania, incastonato tra il porto e gli Archi della Marina. Qui, per secoli, hanno convissuto due realtà molto diverse tra loro: quella aristocratica di Palazzo Biscari e quella popolare fatta di pescatori, lavandaie e artigiani.
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Ed è proprio da questa identità che prende forma lo spettacolo.
Civitoti in Pretura, il processo arriva alla Civita
La storia ci porta in una Pretura catanese di fine Ottocento, dove bisogna fare luce su un accoltellamento avvenuto durante una rissa tra lavandaie al lavatoio pubblico.
Il processo, però, diventa ben presto qualcosa di molto più grande del fatto sul quale il Pretore è chiamato a pronunciarsi. Da una parte c’è il potere, con la necessità di mettere nero su bianco quanto accaduto attraverso un verbale scritto in italiano; dall’altra c’è un popolo che quella stessa verità la racconta attraverso il proprio dialetto, con parole, urla e persino canti.
Attorno al nucleo storico di Martoglio prende forma anche una cornice contemporanea composta da una giornalista, un regista, un traduttore e alcuni ragazzi, che accompagna lo spettatore all’interno di questa particolare aula di tribunale.
Non tutto, però, deve necessariamente essere compreso fino in fondo. La difficoltà delle diverse lingue di comunicare tra loro diventa parte dello spettacolo e, testimonianza dopo testimonianza, il processo comincia a trasformarsi in un vero mosaico di voci.
È in questo contesto che arriva la deposizione di Cicca Stònchiti, il cui racconto cresce fino a diventare corale e a dare voce non più soltanto a un personaggio, ma a un intero quartiere.
Nel frattempo, c’è spazio anche per un piccolo giallo legato alla scomparsa di un orecchino, prima che il Pretore tolga l’udienza e il racconto cambi ancora una volta forma.
Quando a raccontarsi è la Civita
Nel finale, infatti, a uscire dalla finzione teatrale è la stessa Civita. Il quartiere canta sé stesso e la domanda si sposta inevitabilmente sul presente: chi sono oggi i suoi abitanti e quanto è rimasto di quella lingua e di quella comunità?
Un interrogativo che accompagna un progetto nel quale memoria e presente finiscono inevitabilmente per incontrarsi, senza trasformare la Civita semplicemente nell’ambientazione della rappresentazione. Il quartiere diventa parte integrante del racconto e i suoi abitanti vengono coinvolti direttamente nella messa in scena.
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A firmare la regia sono Turi Giordano e Salvatore Greco, che tornano a lavorare insieme dopo il successo di Sant’Aituzza mia. La loro collaborazione nasce dall’incontro di due differenti sensibilità artistiche e da un’idea di teatro nella quale trovano spazio memoria popolare, comunità e partecipazione.
Civitoti in Pretura alla Civita segue proprio questa direzione: non porta semplicemente una storia dentro un quartiere, ma lascia che sia il quartiere stesso, con i suoi balconi, le sue case, la sua lingua e le persone che ancora oggi lo abitano, a diventare parte dello spettacolo.
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