Non sapevo dove andare, quel pomeriggio di primavera. Il centro di Catania era un baccano di motorini e bancarelle, e avevo bisogno di un posto dove sedermi senza che nessuno mi chiedesse niente. Così ho preso via Etnea, ho superato la fontana dell’Elefante, e ho continuato a salire.
La strada diventava più larga, gli edifici più alti, e l’ombra degli alberi cominciava a fare a sprazzi sul marciapiede. Poi ho visto il cancello di ferro battuto, verde scuro, e dietro un viale di ciottoli che si inerpicava su per una collina. Sono entrato.
Il Giardino Bellini è un labirinto di salite e discese. Ho scelto il sentiero di destra, quello che si avvolge intorno al piccolo colle. Dai vasi di terracotta uscivano foglie di palma e fiori di bouganville, rosa acceso. L’aria era più fresca che in strada, e profumava di zagara e di terra bagnata. A metà della salita mi sono fermato su un muretto di pietra lavica. Sotto di me, la città si stendeva come un tappeto di tetti e campanili. E in fondo, in fondo, l’Etna. Fumava piano, una lingua di fumo bianco che si perdeva nell’azzurro. Avevo le mani in tasca e la schiena al sole. Un gatto nero mi passò accanto senza guardarmi. Mi sono detto che potevo restare lì tutto il pomeriggio. E così ho fatto.
Le scale di pietra e il silenzio delle coppie
Più tardi ho esplorato i vialetti più nascosti. Ho trovato una scalinata che scendeva tra due muri coperti di edera. In fondo, una piazzetta con una fontana che non zampillava più. C’erano due panchine di legno, e su una di queste una coppia di anziani sedeva in silenzio, tenendosi per mano. Non parlavano. Guardavano l’acqua immobile della fontana.

Mi sono seduto sull’altra panchina, e per un po’ abbiamo fatto compagnia senza dirci niente. Poi loro se ne sono andati, piano, lei appoggiata al suo braccio. È il posto più silenzioso che abbia mai visto in una città.
Il tramonto e i ragazzi che giocano a pallone
Poco prima che il sole calasse, sono risalito sul belvedere. Qualche ragazzo giocava a pallone sul piazzale erboso, le casacche divise tra bianchi e azzurri. Il pallone rotolava verso il bordo della collina, e loro lo inseguivano ridendo. Il cielo si è tinto di arancione, poi di rosa, poi di un viola così scuro che sembrava blu.
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L’Etna si è stagliato nero contro l’orizzonte acceso. Mi sono accorto che non avevo scattato neanche una foto. Non mi era venuto in mente. La luce era tutta nei miei occhi.
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