Il sole picchiava su San Giovanni, e l’asfalto sembrava sciogliersi. Cercavo un’ombra, ma non c’era. Poi, all’angolo di via Sannio, ho visto una saracinesca gialla e verde.
Sopra, una scritta a mano: “Er Chioschetto – dal 1930”. Un uomo anziano stava spremendo limoni con le mani nodose. Dietro di lui, un blocco di ghiaccio avvolto in un canovaccio bagnato. Mi sono avvicinato. Non c’era nessun altro.
“Che te faccio?”, ha chiesto senza alzare lo sguardo. “Lemoncocco”, ho risposto, anche se non sapevo bene cosa fosse. Lui ha annuito. Ha preso una paletta di metallo e ha cominciato a grattare il blocco di ghiaccio. Il suono era secco, ritmico, come un ticchettio di orologio.
La grattachecca nel cuore di Roma… a Roma è un’istituzione
Le scaglie bianche cadevano in una ciotola di carta, accumulandosi in una montagna perfetta. Poi ha versato sopra il succo di limone appena spremuto, una spruzzata di sciroppo di cocco, e due cucchiaiate di amarene sciroppate. Me l’ha passata. Il cucchiaio di plastica era piccolo, quasi inadeguato.

Il primo boccone mi ha gelato i denti. Il ghiaccio croccava sotto la lingua, il limone era aspro, il cocco dolce, e le amarene esplodevano come piccole bombe di zucchero.
Il gusto di un’estate che non c’è più
L’ho mangiato in piedi, appoggiato al bancone di legno, mentre il signore puliva lo spremitore con uno strofinaccio. Non parlavamo. Il sole era alto, e l’ombra del chiosco era una striscia sottile. A metà della ciotola, le dita erano intirizzite e la fronte bagnata di sudore freddo.
“È buona?”, ha chiesto alla fine. “La migliore”, ho risposto. Lui ha sorriso, e ha detto che faceva questo lavoro da cinquant’anni, che una volta i ragazzini venivano qui dopo scuola con cinque lire, e che il ghiaccio lo portavano dall’Abruzzo sui carri trainati dagli asini. Mentre parlava, continuava a grattare per un altro cliente, una ragazza che aveva ordinato tamarindo e menta. Il rumore del ghiaccio si mescolava alle sue parole, e per un attimo mi sono sentito parte di una Roma che non c’è più, ma che resiste in questi angoli di strada.
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Prima di andare via, ho chiesto un’altra grattachecca. Solo limone, questa volta. L’ho bevuta quasi tutta d’un fiato, mentre il ghiaccio si scioglieva e il succo mi colava lungo il mento. Me la sono leccato dalle labbra. Non c’era tovagliolo. Una grattachecca non è un dessert. È un momento, una sosta, una tregua dal caldo. Non la mangi, la combatti. E quando la finisci, hai le mani bagnate e la bocca piena di un sapore che ti resta addosso come l’odore dell’estate.
Se devi scegliere tra la granita al bar e la grattachecca al chiosco di strada, scegli il chiosco. Tra il limone industriale e quello spremuto al momento davanti a te, scegli le mani nodose del vecchio. Perché la grattachecca non si ordina, si aspetta. E il suono della paletta che gratta il ghiaccio è l’unica musica che serve, in un pomeriggio di luglio a Roma.
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