L’aereo atterra e l’aria ti colpisce come una mano calda. Non è l’afa pesante di altre estati, ma un tepore secco che sa di sale e di origano. Prendi la macchina e guidi sulla destra, come gli inglesi, e ti sembra strano per i primi minuti. Poi la strada costeggia il mare, e non ci pensi più. L’acqua è così blu che fa male agli occhi. Non hai un programma. Hai solo una valigia e cinque giorni davanti. È la prima volta che vai a Cipro, e già sai che non sarà l’ultima.
La prima sera trovi una taverna vicino al mare. Non ricordi il nome, ma non serve. Le sedie sono di plastica, le tovaglie di carta, e il cameriere parla un inglese rotto che ti fa sorridere. Ordini un meze, perché non sai cosa scegliere e il meze è sempre la risposta. Arrivano piattini piccoli, uno dopo l’altro. Lo tzatziki è così denso che il cucchiaio ci sta dritto. I calamari sono teneri, quasi burrosi. E poi l’halloumi. Lo tagli, lo mordi, e il formaggio cigola sotto i denti come una porta che si apre. È salato, morbido, con un retrogusto di menta che non ti aspetti. Il cameriere ti versa un bicchiere di Commandaria, il vino dolce che bevevano già i cavalieri templari. È denso, quasi sciropposo, e ti scende giù come una carezza.
Fuori, il sole è calato, e le luci del porto si accendono. Qualcuno suona una chitarra, e le onde si infrangono piano sul molo. Resti lì, con le dita unte di olio e la bocca piena di formaggio, e pensi che forse questo è il modo giusto per iniziare.
I ciottoli che parlano greco: una vacanza a Cipro ti cura l’anamia
Non sai che giorno è. Forse il secondo, forse il terzo. Sali in macchina e vai verso ovest. La strada si arrampica tra colline aride e ulivi secolari, e poi scende verso il mare. Arrivi a un teatro scavato nella roccia. I gradini di pietra sono consumati, e sali fino all’ultimo, quello più alto, quello che una volta era riservato al re. Sotto di te, il mare è una distesa d’argento. Il vento ti spettina i capelli, e per un attimo non c’è nessun altro. Solo tu e duemila anni di silenzio.
Più avanti, in un’altra città che non sai come si chiama, cammini su pavimenti di ciottoli colorati. I mosaici sono così vividi che sembrano dipinti ieri. Un pavone di pietre blu e verdi, un Dioniso ubriaco che barcolla tra grappoli d’uva, una fenice che apre le ali. Ti accovacci, sfiori le tessere con la punta delle dita. Sono fredde, lisce. E pensi che qualcuno, mille e mille anni fa, ha passato ore a scegliere ogni sassolino, perché questa bellezza durasse. E tu sei qui, adesso, a guardarla.
Le tombe scavate nel sasso e la roccia che aspetta Afrodite
Un altro giorno, guidi verso sud. La strada è più stretta, e i pini profumano di resina. Arrivi a un parco di tombe scavate nella roccia. Scendi scale di pietra che sembrano non finire mai, e ti ritrovi in camere sotterranee dove l’aria è fresca e ferma. Le colonne sono state scolpite direttamente nel sasso, e la luce filtra dalle aperture in alto, disegnando ombre lunghe. Cammini piano, in punta di piedi, come se qualcuno stesse dormendo. Forse è vero.
Prima che il sole tramonti, ti fermi su una spiaggia di ciottoli bianchi. Davanti a te, due enormi rocce emergono dall’acqua, una accanto all’altra. La leggenda dice che qui è nata Afrodite, dalla schiuma del mare. Non ci credi, ma l’acqua è così limpida che vedi i pesci nuotare tra le alghe. Ti togli le scarpe, entri, e l’acqua è tiepida, quasi calda. Nuoti verso le rocce, e le onde ti spingono piano. Arrivi, appoggi le mani sulla pietra ruvida, e per un attimo ti sembra di toccare il mito.
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L’ultimo giorno non fai niente di speciale. Cammini per le stradine di un villaggio dell’entroterra, dove le case sono di pietra grigia e le donne stendono i panni alle finestre. Un forno profuma di pane appena sfornato. Entri, compri una pagnotta ancora calda, la spezzi con le mani. La mordi, e la crosta scrocchia, la mollica è soffice. Non c’è burro, non c’è olio. Solo pane. È la colazione più buona che hai mai fatto.
Prima di andare via, ti siedi su un muretto a guardare il mare. Non pensi a niente. Solo al rumore dell’acqua, al sapore dell’halloumi, al silenzio delle tombe scavate nella roccia. Capisci che Cipro non è un’isola da vedere, ma da assaporare. Lentamente, senza fretta.
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