La strada costeggia il mare, e all’improvviso il blu si spezza. Appaiono loro: le distese bianche, quadrati di acqua ferma che riflettono il cielo, e in lontananza i mulini a vento, immobili, con le pale ferme come braccia incrociate. Non ci sei mai stato, ma ti sembra di riconoscere tutto.
È la pace che non sapevi di cercare. Scendi dalla macchina, e l’aria è diversa: più densa, salata, con un leggero odore di alghe e di vento che viene dal mare. Le Saline di Trapani non sono un monumento, non sono un museo. Sono un respiro.
Cammini lungo il sentiero che costeggia le vasche. L’acqua è bassa, ferma, e il fondo è coperto di cristalli bianchi che luccicano sotto il sole. Più ti avvicini, più la superficie si fa rosa. Non è un’illusione: è il colore dei gamberetti che vivono qui, e che tingono l’acqua di un rosso tenue. Poco distante, un mulino a vento ti guarda dall’alto. Non gira più, ma le sue pale sono ancora lì, intatte, e sembrano aspettare un soffio di maestrale per ricominciare.
Sali sul bordo di una vasca. L’acqua ti arriva alle caviglie, e sotto i piedi senti i cristalli di sale che scricchiolano. Ti accovacci, ne raccogli un po’ con la punta delle dita. È ruvido, bianco, puro. Lo porti alla bocca, e il sapore è quello del mare concentrato: pulito, intenso, senza l’amaro dello sporco. È il sale che da secoli nutre queste terre, e che ancora oggi si raccoglie a mano, come facevano i fenici, come facevano i romani.
I fenicotteri che non volevi vedere, ma che ora non vuoi smettere di guardare
A un certo punto, il silenzio si increspa. Un fruscio d’ali, poi un altro. Alzi lo sguardo, e lì, in una vasca poco profonda, c’è un gruppo di fenicotteri. Sono rosa, di quel rosa che non sembra vero, con le gambe sottili e il becco curvo. Camminano lenti, quasi goffi, con un passo che sembra una danza maldestra. Poi uno si alza in volo, e il rosa si staglia contro il blu del cielo. Resti immobile, con il fiato sospeso. Non vuoi spaventarli. Guardi, e pensi che la natura, a volte, regala spettacoli che non pagheresti mai abbastanza.

Più tardi, un anziano che controlla le paratoie dei canali ti sorride. “Belli, vero?” dice, indicando i fenicotteri. “Vengono ogni anno. Sono di casa”. Non aggiunge altro. E non serve.
Il tramonto che accende le montagne di sale
Verso sera, la luce comincia a calare. Le vasche si tingono di arancione, poi di rosa, poi di viola. I cumuli di sale, quelli già raccolti e ammassati ai bordi delle vasche, sembrano piccole montagne innevate. Le loro ombre si allungano, e l’acqua ferma diventa uno specchio che raddoppia ogni cosa. Cammini sul bordo, e i tuoi passi sono l’unico rumore.

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Un mulino, quello più vicino, si staglia nero contro il cielo infuocato. Sembra una sagoma di cartone, ma è di legno e pietra, e ha centinaia di anni. Il vento si alza piano, e le pale cominciano a muoversi. Girano lente, con un cigolio che sembra una ninna nanna. Ti siedi sul bordo di una vasca, le mani in tasca, e guardi. Non pensi a niente. Solo al sale, ai fenicotteri, al colore del cielo che cambia minuto dopo minuto.
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