Lascio alle spalle le viuzze del centro, e la strada si fa più stretta, più profumata. La macchina la parcheggio dove finisce l’asfalto. Davanti a me, la costa è una distesa di sabbia dorata che si alterna a scogliere di roccia bianca, e l’aria sa di sale e di rosmarino selvatico.
Cammino senza meta, e i piedi affondano nella sabbia così fine che sembra talco. Il sole è alto, ma non brucia ancora. Alla prima baia che trovo, mi fermo. È un semicerchio perfetto, chiuso tra due promontori rocciosi che la proteggono come braccia aperte. L’acqua è così limpida che vedo le increspature della sabbia sul fondo.
Tolgo le scarpe e cammino verso il mare. L’acqua è tiepida, e il fondale scende così piano che posso avanzare per metri senza mai perdere il contatto. Più vado avanti, più il colore cambia: da azzurro chiaro a turchese, poi a un blu profondo che sembra disegnato. Mi immergo, e la prima bracciata è una carezza. Nuoto lento, e intorno a me il silenzio è rotto solo dal rumore delle onde e dal volo lento dei gabbiani. Galleggio sulla schiena, e il sole mi scalda la pancia. Resto così, senza pensare a niente, finché la pelle non comincia a raggrinzirsi.
Più tardi, mi stendo sulla sabbia. Di fronte a me, le pareti di argilla bianca si affacciano sul mare come una scenografia. Alcune famiglie giocano a racchettoni, qualcuno legge un libro all’ombra dell’ombrellone. L’atmosfera è rilassata, autentica. Non c’è la folla delle spiagge più famose. Il tempo scorre piano. Mangio una granita al limone comprata al chiosco sulla spiaggia, fresca e aspra, mentre il sale mi si asciuga addosso.
La camminata tra i cespugli e la caletta nascosta
Nel pomeriggio, mi allontano dalla baia principale. Seguo un sentiero che si addentra nella macchia mediterranea, tra rovi di mirto e ginestre fiorite. I rami spinosi mi graffiano le gambe, e l’elicriso profuma così forte che sembra di camminare dentro una bottiglia di profumo. Dopo dieci minuti, il sentiero si apre. La caletta è piccola, riparata da alti costoni rocciosi che la avvolgono come un nido. L’acqua è di un turchese così carico che sembra inchiostro, e la sabbia dorata è così fine che sembra seta. Non c’è nessuno.
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Scendo gli ultimi gradini di pietra e cammino verso l’acqua. L’acqua è così limpida che vedo i pesciolini scappare via tra le alghe. Mi tuffo, e il primo contatto è freddo, ma dopo un attimo è una carezza. Nuoto lento, e intorno a me solo il rumore delle onde e il profumo della macchia mediterranea che arriva dalla scogliera. Galleggio sulla schiena, e penso che la bellezza più vera è quella che devi meritare con un po’ di fatica.
Licata mi ha regalato due modi di amare il mare: uno dolce e accogliente, l’altro selvaggio e nascosto. Ma non serve scegliere. Basta avere il tempo e la voglia di camminare.
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