Prendi il treno e scendi alla stazione. La prima cosa che vedi sono le mura: immense, verdi, larghe come un viale, con i platani che fanno ombra e i bambini che corrono in bicicletta. Sopra le mura non ci sono cannoni, non ci sono soldati. Ci sono panchine, giardinetti, ragazze che fanno jogging e vecchi che leggono il giornale. Perché Lucca non è una città fortificata per tenere fuori i nemici. È una città fortificata per tenere dentro la pace.
Sali sulla cerchia. I bastioni sono così larghi che ci puoi camminare per ore senza toccare l’asfalto. Il sole filtra tra i rami dei platani, e l’aria profuma di tigli e di erba tagliata. Sotto di te, la città è un tappeto di tetti rossi, campanili, e palazzi che si stringono l’uno all’altro. Affittano biciclette dappertutto, e fai bene a prenderne una. Pedali piano, senza meta, e ogni tanto ti fermi ad appoggiarti al parapetto di pietra per guardare dentro.
I bastioni raccontano storie che non leggi nelle guide: qui i soldati napoleonici hanno piantato le tende, lì le suore hanno coltivato l’orto, più in là i bambini giocavano a nascondino durante la guerra. Oggi le mura sono solo un parco. Il più bel parco che una città possa regalarti.
Il centro segreto e l’anfiteatro che è una piazza
Scendi dalle mura e ti perdi nelle stradine. Lucca è un labirinto che non ti fa paura. I vicoli sono stretti, le case sono alte, e ogni angolo nasconde una chiesa romanica con la facciata di marmo bianco e nero. Cammini senza mappa, e a un certo punto il muro si apre. Sei in Piazza dell’Anfiteatro. Non sembra una piazza, perché è ellittica, chiusa, con le case che seguono la curva dell’antico anello romano. Un tempo qui i gladiatori combattevano. Oggi ci sono negozi di ceramica, caffè con le sedie all’aperto, e un’atmosfera che sembra uscita da un cinema.

I turisti si fermano a fare foto, ma tu no. Tu ti siedi sui gradini della fontana, guardi la gente che passa, e pensi che duemila anni fa qualcuno era seduto nello stesso posto, solo che invece delle scarpe da ginnastica aveva i sandali.
La Torre Guinigi e gli alberi sul tetto
Alzi gli occhi e la vedi: la Torre Guinigi. È una torre medievale, quadrata, alta come un palazzo di dieci piani. Ma non somiglia a nessun’altra torre, perché in cima, al posto dei merli, ci sono sette lecci colossali che crescono come un bosco sospeso. Paghi il biglietto, sali i 230 gradini a chiocciola, e arrivi su. I lecci sono lì, antichi e verdi, con le radici che affondano nel vuoto. Ti siedi su una panca di pietra all’ombra delle foglie, e Lucca è tutta sotto di te. I tetti rossi, le cupole, le mura verdi che abbracciano la città. Il vento muove i rami, e per un attimo non sei più in cima a una torre. Sei su un albero, e la città è un giardino.
La cattedrale, il labirinto e il silenzio
Scendi e vai verso la Cattedrale di San Martino. La facciata è un ricamo di colonne e logge, con un portale così piccolo che devi chinarti per entrare. Dentro, l’arte è sepolta nel marmo: c’è un Crocifisso ligneo del Duecento che sembra pregare davvero, e c’è una statua di Nicola Pisano che pare respirare. Ma la cosa che ti colpisce di più è il labirinto. È inciso sul pilastro destro del portico, piccolo, appena visibile, con una scritta latina che dice: “Questo è il labirinto di Creta, nessuno lo ha attraversato senza un filo”. Lo sfiori con un dito, e pensi a quel filo. Forse Lucca è così: una città labirinto, ma il filo lo trovi da solo.
Mangiare a Lucca è una cosa seria. Cerchi una trattoria in via Fillungo, la strada dei negozi. Ordini una zuppa di farro, calda e densa, che ti riscalda lo stomaco come una coperta. Poi una torta di riso, dolce e profumata di scorza di limone, che qui la chiamano “torta del viaggiatore” perché un tempo la davano ai pellegrini. E alla fine un bicchiere di rosso della Lucchesia, un Sangiovese che ti scende liscio e ti fa sorridere.

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Poi cammini verso l’Anfiteatro, e se sei fortunato becchi uno dei concerti del Festival Puccini. Il maestro è nato qui, a Lucca, e la sua musica esce dalle finestre dei palazzi come se fosse ancora vivo. La sera, seduto sugli scalini della chiesa, ascolti una voce che canta Nessun dorma, e la città si ferma. Per un attimo, anche i clacson tacciono. Lucca ti insegna che una città si conosce a piedi e in bicicletta, con le mani sul manubrio e lo sguardo alto. Non serve correre. Basta pedalare piano, fermarsi a guardare, e perdersi nei vicoli.
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