Wednesday, 22 April 2026
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Superga: la collina che guarda Torino e trattiene il respiro

Superga la collina che guarda Torino - IcaroJournal

La tranvia parte dal centro e comincia a salire. Il binario è stretto, i vagoni sono vecchi, e il rumore delle ruote sull’acciaio è il solo suono che senti. I palazzi si allontanano, i platani lasciano il posto ai pini, e a ogni tornante Torino si fa più piccola.

Non c’è fretta. Il trenino va piano, come se volesse farti assaporare ogni metro di salita. Poi, dopo l’ultimo strappo, la vedi: la basilica è lì, immensa e dorata, con la cupola che sembra toccare il cielo. Scendi e il vento ti accoglie. Lassù, l’aria è già un’altra.

Salì i gradini del piazzale e il colonnato ti avvolge come un abbraccio di pietra. È enorme, teatrale, e ti accompagna verso l’ingresso come se stessi per entrare in un palcoscenico. E in un certo senso è vero. Perché Superga non è nata per caso. Un re, secoli fa, da questa stessa collina guardava la sua città assediata e fece una promessa alla Madonna: se Torino si salva, qui costruirò una chiesa che non avrà uguali. Torino si salvò, e il re mantenne la parola.

Dentro, la luce è diversa. Non è quella colorata delle cattedrali gotiche, ma una luce bianca, pulita, che viene dall’alto e si posa sulle colonne di marmo. L’architetto l’ha voluta così: rotonda, perfetta, con lo spazio che si apre intorno a te come un cerchio. Non ci sono affreschi, non ci sono oro. Solo pietra e silenzio. Ti siedi su una panca di legno e per un attimo non pensi a niente. Solo alla pace che c’è, qui, e che non trovi in nessun’altra chiesa.

Le tombe dei re e il giardino segreto

Scendi nella cripta. L’aria diventa più fredda, i passi risuonano sulle lastre di marmo. Qui dormono i re. Sono tanti, uno accanto all’altro, con i loro nomi scolpiti nella pietra. Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, Maria Teresa. Nomi che hai studiato sui libri di scuola, e che ora sono solo lettere su una tomba. Cammini piano, senza fare rumore, e pensi che anche i re, alla fine, si accontentano di un angolo di silenzio.

Poi esci e trovi il chiostro. È un giardino all’italiana, con siepi di bosso tagliate a labirinto e un pozzo centrale che sembra uscito da una fiaba. C’è persino una pagoda cinese, strana e bellissima, che spezza la solennità del luogo. Ti siedi sul bordo del pozzo. Il sole ti scalda la nuca, e per la prima volta da quando sei arrivato senti che non hai fretta.

La lapide, le sciarpe e il pianto di una città

Giri sul retro della basilica. Il panorama è ancora più bello, ma non è quello che cerchi. Cerchi una lapide. È lì, incastonata nel muro, e intorno ci sono sciarpe, bandiere, fiori appassiti. È il punto dove un aereo si schiantò tanti anni fa, portando via una squadra intera. Trentuno morti. Giocatori, allenatori, giornalisti. Nessuno si salvò.

Ti fermi davanti alla lapide. Non sei un tifoso, ma senti lo stesso un nodo alla gola. Perché Superga non è solo la chiesa dei re. È anche il monumento al dolore di una città. I tifosi salgono qui ogni anno, il 4 maggio, per ricordare. Oggi non c’è nessuno, solo il vento e qualche sciarpa sbiadita che sventola piano. Leggi i nomi, uno a uno. E per un attimo il silenzio diventa pesante.

Lassù, dove Torino diventa piccola

Se hai fiato, sali sulla cupola. La scala è stretta, a chiocciola, e le pareti di pietra ti stringono. Non guardi giù. Continui a salire, e l’aria si fa più fresca, e il rumore del mondo si spegne del tutto. Poi, all’improvviso, sbuchi fuori. E il mondo è un’altra cosa.

Torino è lì, sotto di te, distesa nella pianura come un tappeto di tetti rossi. La Mole Antonelliana, il Po, le colline che si perdono all’orizzonte. E intorno, in un semicerchio perfetto, le Alpi. Il Monviso, il Monte Rosa, il Gran Paradiso. Il vento ti spettina i capelli, e per un attimo non pensi a niente. Solo alla vastità del mondo, e a quanto sia piccolo, lassù. Qualcuno, secoli fa, scrisse che questo è il più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano. E tu, adesso, capisci perché.

La discesa e il rumore dei binari prima di lasciare Superga…

Scendi piano. Le scale ti sembrano più lunghe, ma non vuoi andartene. Rientri nella basilica, esci dal colonnato, e il vento ti accoglie di nuovo. Prendi la tranvia per tornare giù. Il trenino scivola lento, e ogni tornante ti riporta un pezzo di città. Ti volti indietro. La basilica è sempre lì, immensa, a guardarti. Sembra quasi che ti stia salutando.

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Superga non è un luogo da visitare. È un luogo da salire, da ascoltare, da abitare per qualche ora. Perché è fatta di storie: di re che fanno voti, di architetti che sognano cupole, di una squadra diventata leggenda, di una città che non ha mai smesso di guardare in alto.

Se devi scegliere tra la salita in auto e il trenino a cremagliera, scegli il trenino. Lascia che il binario ti porti su, piano, come si faceva un tempo. Tra una foto alla lapide e un’ora seduto sulla cupola a guardare le montagne, scegli la cupola. Perché Superga non si vede, si abbraccia con lo sguardo. E quando scendi, te la porti dentro come una preghiera laica: il silenzio, il vento, e quella città che da lassù sembra così piccola, così umana, così tua.

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Andrea Piazza

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