Non c’è modo di entrare a Urbino senza fatica. Il pullman ti lascia già stanco, e davanti hai una salita. Non una di quelle dolci che fanno respirare, ma una che ti spezza il fiato dopo pochi minuti. Salgo piano, fermandomi ogni dieci metri, le mani sui fianchi.
Gli altri turisti mi superano con le loro scarpe da trekking. Io invece guardo la pianura che si allontana: l’erba è verde intenso, i campi sono quadrati come tovaglie, e il cielo è così aperto che viene voglia di nuotarci dentro. A metà strada trovo una fontana di pietra.
L’acqua è fredda, quasi acida. Mi bagno la nuca, il sudore si mescola al sale della pelle. Arrivo in cima e non vado subito al palazzo. Non ne ho voglia. Mi siedo sui gradini della chiesa di San Francesco, consumati da secoli di gente che si è fermata a guardare, come me. La piazza è piccola, con un pozzo al centro. Qualche vecchio parla a voce bassa. Un prete passa con la tonaca nera e mi sorride. Gli sorrido indietro. Non so perché, ma mi sembra di essere atteso.
Il palazzo e lo studiolo che inganna l’occhio
Entro nel cortile del Palazzo Ducale. Le colonne rosa sono gigantesche, morbide come marshmallow induriti. Il pozzo al centro è un abisso d’ombra. La scala a chiocciola non è una scala: è un nastro di pietra che si avvolge su se stesso come un serpente che si morde la coda. Salgo a testa bassa, contando i gradini. Arrivo a trentasette, poi perdo il conto. Al piano nobile, la luce cambia: diventa dorata, calda, come il miele. Sembra di entrare in un forno appena spento.

Lo studiolo del Duca è una scatola di legno intarsiato che ti prende a tradimento. Le prospettive sono così perfette che vuoi allungare una mano per toccarle. Mi fermo un quarto d’ora. La guardia tossisce, ma me ne frego. Poi esco e corro verso la casa di Raffaello. È una casetta stretta, quasi povera, infilata tra due palazzi più ricchi. Dentro c’è un letto di ferro, un camino spento, e un muretto dove forse il bambino sedeva a disegnare. Non c’è nulla di eccezionale, eppure resto lì come davanti a una reliquia. Penso a lui, Raffaello, che da bambino guardava le stesse colline che guardo io adesso, e che forse, senza saperlo, le stava già dipingendo.
La crescia, il bastione e il vino incartato
La crescia la mangio in piedi, davanti al forno a legna. Il fornaio la sforna con una pala di legno, me la porge caldissima, quasi troppo. La piego in due e la mordo senza nemmeno soffiare. Il formaggio si fila in lunghe strisce, il salame è pepato, la crosta scrocchia come una nuvola di pane. Le mani mi si ungono di olio, e me le lecco come un bambino.
Il fornaio ride. “Piace?”, mi chiede. Non rispondo: ho la bocca piena. Nel pomeriggio mi perdo nei vicoli senza meta. A un certo punto sbuco su un bastione che non conosco. Sotto di me, le colline sono un tappeto verde che si spiegazza verso l’orizzonte, con qualche cipresso piantato dritto come un soldato. Il sole è basso, e la luce è quella delle cinque, quando tutto diventa arancione. Mi siedo sul muro di pietra. Non c’è nessuno. Solo io, il vento, e una piccola lucertola che si scalda su una pietra accanto a me. Resto così, senza fare niente, finché il cielo comincia a scurirsi. Le campane suonano l’Ave Maria. Le conto: nove, dieci, undici rintocchi. Poi silenzio. Scendo quando è già buio. Le strade sono vuote, le lampade accese, e i miei passi rimbombano sul selciato come colpi di tamburo.
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Non ho fretta. Prima di andare via, compro una bottiglia di vino da un’enoteca sulla piazza. Il commerciante me la incarta nella carta velina, con cura, come se fosse un regalo. Mi fa gli auguri per il viaggio. Non gli dico che il viaggio è già finito. Che Urbino me la sono già portata dentro, appallottolata nello stomaco insieme alla crescia e al sapore di quel pomeriggio senza fretta. Forse, la prossima volta che qualcuno mi chiederà com’è Urbino, non parlerò del Duca, né di Raffaello, né del palazzo. Dirò solo: è una città che ti fa salire. E quando arrivi in cima, non vuoi più scendere.
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