Sunday, 24 May 2026
Viaggi

Vacanze di giugno in Sicilia: tre respiri, un’isola sola

Non c’è un momento migliore per la Sicilia. Ma giugno, forse, è il più generoso. Il sole scalda ma non brucia ancora, il mare è già tiepido, e la folla dell’estate non è arrivata. Puoi fermarti dove vuoi, senza prenotare, senza fare la fila. Ho provato a raccogliere tre soste, tre respiri, tre modi diversi di abitare quest’isola. Non sono mete. Sono attimi.

Lascio Trapani alle spalle. La strada costeggia saline bianche, mulini a vento che non girano più, e vasche d’acqua ferma che riflettono il cielo come specchi rotti. Poi arrivo allo Stagnone. Non è un mare, è una laguna bassa, quieta, dove l’acqua arriva appena alle ginocchia. Mi tolgo le scarpe, entro, e cammino sull’acqua. Sotto i piedi, il fondo è morbido, sabbioso. I pesciolini mi sfiorano le caviglie e scappano. Davanti a me, l’isola di Mozia emerge appena sopra la linea dell’orizzonte, piccola e segreta.

Verso sera, il cielo comincia a cambiare. Le vasce dei sali si tingono di rosa, poi di arancione, poi di un viola così intenso che sembra finto. Mi siedo sul bordo di una vasca, i piedi ancora nell’acqua. Il vento è leggero. Una barca passa lontana, e la scia increspa lo specchio. Qualcuno dice che questo è uno dei tramonti più belli del mondo. Non so se sia vero. So che non vorrei essere da nessun’altra parte.

Più tardi, trovo una cantina che produce Marsala. Assaggio il vino in una terrazza che guarda la laguna. È caldo, intenso, sa di legno e di sale. La notte è già scesa, ma il cielo è ancora rosato all’orizzonte. Penso che il lusso, a volte, è non avere fretta.

Valle del Belice: dove le case sono ancora rotte e l’arte è cresciuta tra le macerie

Il giorno dopo, guido verso l’interno. La strada si arrampica tra colline di grano e uliveti. Poi arrivo a Gibellina. Il Cretto di Burri è una distesa di cemento bianco che si stende sulla collina come un sudario. Cammino tra le crepe. Sono strade, vicoli, piazze. È una città morta, ma non è triste. È un monumento.

Poco distante, Poggioreale è un paese fantasma. Le case sono ancora in piedi, ma le finestre sono vuote, le porte socchiuse. Cammino per le strade deserte, e il rumore dei miei passi rimbalza sui muri scrostati. Un cartello indica la via principale. Un tempo qui c’erano botteghe, voci, bambini che giocavano a pallone. Oggi solo silenzio e un gatto che mi guarda da una soglia.

Ma non è solo memoria. Poco lontano, Selinunte è un’immensità di templi dorici che guardano il mare. Cammino tra le colonne rovesciate, l’erba secca che scricchiola sotto i piedi. Il tempio di Era è ancora in piedi, ma le colonne sono scheggiate, e il vento fischia tra i capitelli. Più avanti, Segesta è un tempio solitario in cima a una collina, intatto, perfetto. Il teatro greco è scavato nella roccia, e da lassù la valle è un tappeto verde. Mi siedo sui gradini di pietra. Non c’è nessuno. Solo il sole di giugno e il volo lento di un falco.

Marzamemi: il borgo che sa di pesce e di sale

Scendo verso la costa sud-orientale. La strada si fa più stretta, tra serre e campi di pomodori. Poi arrivo a Marzamemi. Il borgo è minuscolo: una piazzetta, una tonnara, qualche ristorante con le sedie di plastica sul marciapiede. Le barche sono tirate in secco, le reti appese ai muri. L’odore è quello del pesce fritto e del mare.

Mi siedo in un ristorante sul porticciolo. Ordino il tonno fresco, quello pescato la mattina. Arriva sul piatto come una fetta di carne rossa, tenera, che si scioglie in bocca. Il cameriere mi versa un bicchiere di vino bianco, freddo, e mi dice che il pesce lo hanno preso i loro stessi pescatori. Lo mangio guardando l’acqua, e le dita mi sanno di sale.

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Più tardi, cammino verso la spiaggia di Marianelli. La sabbia è dorata, l’acqua è limpida, e non c’è quasi nessuno. Entro piano, l’acqua mi arriva alle ginocchia, poi ai fianchi. È tiepida. Nuoto lento, e davanti a me c’è solo il mare. Nessuna barca, nessun rumore. Solo il mio respiro e le onde che si infrangono piano sulla riva.

Tre giorni, tre luoghi, tre respiri. Marsala mi ha regalato un tramonto sull’acqua ferma. La Valle del Belice mi ha insegnato che la bellezza può nascere dalle rovine. Marzamemi mi ha riempito la bocca di pesce fresco e sale. Ma la Sicilia, in fondo, è una sola: quella che non hai fretta di lasciare.

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Andrea Piazza

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