Torino non ti si presenta, si svela. Arrivi con il treno, esci dalla stazione Porta Nuova, e la prima cosa che vedi sono i portici. Si allungano per chilometri, eleganti, ordinati, come un abbraccio che non finisce mai. Cammini sotto di loro, e il rumore dei tuoi passi rimbalza sulle pietre.
Non c’è il caos di altre città. C’è un ritmo lento, quasi solenne. Alzi lo sguardo, e in fondo ai portici, la Mole Antonelliana svetta, sottile e slanciata, con la sua guglia che sembra un dito puntato verso il cielo. È il primo mattino, e hai due giorni per imparare a chiamare questa città per nome.
Prendi l’ascensore che ti porta sulla guglia della Mole. È una gabbia di vetro che sale dritta, e a ogni metro la città si allontana. Arrivi in cima, e Torino è tutta sotto di te: un tappeto di tetti rossi, campanili, e il fiume Po che serpeggia come un nastro d’argento. Intorno, le Alpi fanno corona, e il Monviso si staglia lontano, bianco anche in estate. Il vento è forte, e ti spettina i capelli. Resti lassù un quarto d’ora, senza parlare. Non serve.
Scendi e ti perdi nel centro. Via Roma è larga, solenne, con i portici che inquadrano piazza San Carlo come un palcoscenico. Le statue equestri dei due Santi (san Carlo Borromeo e sant’Emanuele Filiberto) vegliano sulla piazza, e i caffè storici, come il Caffè Torino e il Caffè San Carlo, espongono le loro sedie di vimini all’aperto. Entri in uno di loro, ordini un bicerin: cioccolata calda, caffè, panna. Lo bevi lento, seduto a un tavolino di marmo. I camerieri hanno il gilet e il sorriso misurato. Il cioccolato è denso, quasi amaro. Ti scende giù come una coperta.
I Musei Reali e il silenzio della Sindone
Il pomeriggio lo dedichi ai Musei Reali. Entri in Palazzo Reale, e le sale si susseguono una dopo l’altra, con i lampadari di cristallo e i soffitti affrescati. La Scala delle Forbici è una spirale di marmo che sale senza fatica. Cammini piano, e la Guardaroba ha una collezione di porcellane che sembrano caramelle. Ma il momento più intenso lo vivi nella Cappella della Sindone, annessa al Duomo. Il Tempio della Sindone è una rotonda barocca di Guarino Guarini, e la luce che entra dal cono di vetro crea giochi di ombre. La Sindone non è esposta, ma sai che è lì, dietro l’altare, e basta questo a rendere l’atmosfera densa.
Esci in piazza San Giovanni, e il Duomo è lì, semplice, con il campanile romanico. Entri, e il silenzio ti avvolge. Le navate sono spoglie, quasi austere, ma c’è una pace che non trovi nelle cattedrali barocche. Ti siedi su una panca, e per un attimo non pensi a niente. Solo al rumore dei tuoi passi che si sono fermati.
Il fiume, la collina e l’ultimo tramonto
Prima di cena, cammini lungo il Po. Il lungofiume è una striscia di alberi e panchine, e i ragazzi giocano a pallone sui prati. Attraversi Ponte Vittorio Emanuele I, e dall’altra parte c’è il Monte dei Cappuccini. Sali la scalinata, e la chiesa è bianca, semplice. Davanti, una terrazza che guarda Torino. Il sole comincia a calare, e la città si accende di luci. La Mole è un faro, il fiume è una lama d’argento. Resti lì, seduto su un muretto, fino a quando il cielo diventa viola. Un ragazzo suona la chitarra, e la musica si perde tra gli alberi.
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La sera, ceni in una trattoria nel quadrilatero romano. Ordini i tajarin, pasta sottile come fili d’erba, conditi con burro e tartufo. Il profumo è intenso, e la prima forchettata è un’esplosione. Bevi un bicchiere di Barbera, rosso e caldo. Fuori, le strade si animano, ma tu non hai fretta.
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