Il Veneto lo riconosci dall’odore. Non quello delle città, ma quello che arriva prima, quando sei ancora in macchina e i finestrini sono aperti. È un misto di erba bagnata, di acqua ferma e di terra che si scalda. Poi la strada si apre, e la pianura ti si para davanti: distese di campi coltivati, filari di pioppi, e in lontananza le montagne che fanno da corona. È una regione che non ha fretta di mostrarsi, ma quando lo fa, non dimentichi più il suo respiro.
Arrivi a Venezia quando il sole è appena sorto. Le calli sono ancora vuote, e il rumore dei passi rimbalza sui muri di mattoni come un’eco lontana. Non prendi il vaporetto. Preferisci camminare, perderti tra i ponti e le fondamenta, dove l’acqua è così vicina che sembra di toccarla con un gesto. I pescatori sistemano le reti, le barche dondolano ormeggiate, e il profumo del caffè appena fatto esce dalle porte socchiuse dei bar. È la Venezia che i turisti non vedono, quella che si sveglia con il sole e si addormenta con la luna.
Cammini senza meta, e ogni angolo è una sorpresa. Un cortile nascosto, una chiesa con la facciata di marmo che brilla, un ponte che si specchia nell’acqua ferma. Poi arrivi in un campo dove i bambini giocano a pallone, e per un attimo la città sembra un paese qualunque. Ma non lo è.
La valle del vino e l’anfiteatro che canta sotto le stelle
Guidi verso Verona, e la strada si arrampica tra colline coperte di viti. La città è rosa, di quel rosa che il marmo prende al tramonto. L’Arena è lì, immensa, e i suoi archi si aprono sul cielo come occhi di pietra. Sali sugli spalti, e sotto di te la città è un tappeto di tetti rossi e campanili. Il sole cala, e la luce si fa più dolce.

Poco lontano, trovi una strada che si inerpica tra i vigneti. È la Valpolicella, e le cantine sono grotte di silenzio. In una di queste, l’odore del legno e del vino ti avvolge. Assaggi un bicchiere di Amarone, denso e caldo, e per un attimo il mondo si ferma. Più tardi, torni all’Arena per un concerto, e la musica si alza verso il cielo come una preghiera.
Le colline di Palladio e il canto dei colli
Il terzo giorno arrivi a Vicenza. Le strade sono dritte e ordinate, e le facciate dei palazzi sono così perfette che sembrano disegnate a mano. Cammini per il centro, e ogni angolo ti regala una loggia, un colonnato, una finestra che inquadra il cielo. Poi guidi verso la campagna, verso una villa che sembra uscita da un sogno. È su una collina, e da qui la pianura è un tappeto verde che si perde all’orizzonte. Le quattro facciate guardano i quattro punti cardinali, come se la villa volesse abbracciare il mondo.
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Gli ultimi giorni li regali all’Altopiano di Asiago. La strada si arrampica tra abeti, e l’aria diventa più fresca, quasi frizzante. Cammini per sentieri che si perdono tra boschi e malghe, e il rumore dei tuoi passi si mescola al canto degli uccelli. Le trincee sono ancora lì, nascoste tra gli alberi, e il silenzio che le circonda è più pesante di qualsiasi parola.
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