La strada che porta al lago non ti prepara a quello che trovi. Fino a un momento fa c’erano campi, ulivi, il profilo del Monte Scarafano che si stagliava all’orizzonte. Poi, all’improvviso, la strada si apre, e l’acqua è lì. Non è il mare. È uno specchio fermo, così limpido che il confine tra il cielo e il fondale sembra cancellarsi.
Arrivi sulla riva, scendi dalla macchina, e non c’è nessuno. Solo il silenzio, rotto dal volo di un airone che passa basso. Sotto quell’acqua c’è un intero paese sommerso. Mulini, case, strade. Un borgo che non c’è più, ma che ancora si vede.
Il lago lo guardi e non ci credi. L’acqua è così trasparente che anche senza scendere, se ti avvicini al bordo, puoi intravedere qualcosa. Un muro di pietra, un arco, una soglia. Ho passato un pomeriggio intero sdraiato sulla riva, gli occhi fissi sulla superficie, come se potessi leggere il passato attraverso l’acqua. Poi, il giorno dopo, ho deciso di scendere. Ho messo l’attrezzatura, ma il primo impatto è stato qualcosa di più di un’immersione. È stato entrare in un sogno. Sotto la superficie, l’acqua è più fredda di quanto pensassi. Il silenzio è totale, rotto solo dal rumore delle bolle che salgono. E poi, appaiono loro. Le pietre del mulino sono ancora lì, disposte in file perfette come il giorno in cui sono state posate. I viottoli di selciato sono intatti, e le soglie delle case sembrano aspettare ancora qualcuno che le varchi.
Non ci sono pesci, non ci sono alghe. Solo la città sommersa, immobile, conservata dal freddo e dal silenzio. Nuoto sopra le strade, e per un attimo penso che sotto di me c’è una storia che nessuno ha mai scritto. Le famiglie che vivevano qui, i bambini che giocavano in quelle strade, le voci che si alzavano al mattino. Ora tutto è fermo.
La barca che scivola senza voce sul lago Capodacqua
Il giorno dopo, ho fatto un giro in una barca che non fa rumore. Non è una barca normale. Il fondo è trasparente, e basta guardare giù per vedere il borgo che si muove lentamente mentre scivoli sulla superficie. Non c’è motore, non c’è rumore. Solo l’acqua che si increspa appena. La guida parla a bassa voce, e la sua voce si perde nel vento. Mi racconta che le case erano abitate fino al 1965.
Contadini, pastori, artigiani. Quando la diga fu costruita, l’acqua salì lentamente, e loro se ne andarono. La storia è semplice, quasi banale. Ma mentre guardo le pietre che passano sotto la barca, la storia diventa più pesante. Più vera.
LEGGI ANCHE -> The Bear: dove eravamo rimasti? Tutto pronto per la quinta stagione e il gran finale
LEGGI ANCHE -> Teatro Stabile di Catania, nuova governance e stagione 2026/2027: il Verga riparte da Materia viva
Il borgo che si arrampica sulla collina
Più tardi, ho visitato il borgo che guarda il lago. È piccolo, silenzioso. Le case sono di pietra, i vicoli sono stretti, e le finestre sono chiuse. Sembra che anche qui il tempo si sia fermato. Da lassù, il lago è ancora più bello. È un ovale blu scuro incastonato tra le colline, e la superficie è così liscia che sembra un vetro. Penso che in fondo, sotto quell’acqua, c’è una storia che non si è mai spenta.
Una vacanza al Lago di Capodacqua non è un viaggio al mare. È un viaggio dentro il tempo. Non ci si tuffa per rinfrescarsi. Ci si tuffa per ricordare. Perché quello che sta sotto la superficie, a volte, è più prezioso di quello che vediamo.
LEGGI ANCHE -> L’arte del pupo diventa gioiello, a Catania il laboratorio dei Fratelli Napoli tra metalli e tradizione
LEGGI ANCHE -> L’eco della cura: “Spazi di vita” risuona all’Orecchio di Dionisio

