Catania a trazione equina, sculture colossali e traffico da guado
Catania sembra aver deciso, con ammirevole ostinazione, che il suo animale guida non sia più l’elefante di pietra lavica, ma il cavallo in tutte le sue declinazioni monumentali e nevrotiche.
Da una parte abbiamo le visioni titaniche (?!?) firmate Arturo Di Modica, lo stesso papà del famoso Toro di Wall Street, che prima di lasciarci aveva studiato i cavalli alati o Cavalli dell’Ippari che erano pensati per essere collocati alla foce del fiume Ippari (in provincia di Ragusa) due cavalli impennati alti quaranta metri.
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Un’opera che avrebbe dovuto rivaleggiare con i Kelpies scozzesi o con il mito del Colosso di Rodi, trasformando la fascia costiera in un’epica stalla d’acciaio visibile praticamente dal satellite.
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Dall’altra parte c’è un “mecenate“ visionario che a Librino e nei suoi percorsi sociali risponde moltiplicando sculture, effigi ed evocazioni equine come simboli di riscatto, anima e bellezza collettiva per la periferia. Se a tutto questo aggiungiamo l’installazione temporanea dei cavallini in Piazza Università, la diagnosi è chiara. Catania sta vivendo un’ipnosi collettiva a trazione equina.
Sembra proprio che l’amministrazione e gli artisti abbiano letto troppo alla lettera il mito di Fetonte o, più semplicemente, abbiano scambiato il Piano Regolatore per il programma delle corse all’ippodromo.
Mentre i cittadini lottano quotidianamente contro buche che meriterebbero un pattugliamento a cavallo per essere guadate, la politica culturale cittadina risponde con la cura cavallina, sculture colossali per la foce, installazioni in centro e arte sociale in periferia. L’intento è sublime, sublimare il riscatto di un territorio attraverso la maestosità dell’animale nobile per eccellenza.
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Il risultato pratico, però, è che Catania si sta gradualmente trasformando in un’immensa scuderia a cielo aperto. Se le cose proseguono con questo ritmo, il Liotru farà bene a chiedere il trasferimento per incompatibilità ambientale, mentre ai catanesi non resterà che girare in briglia e sella, sperando che almeno uno di questi quaranta metri, immaginari, di metallo e bronzo si decidano prima o poi a spazzare via il traffico con un colpo di coda.
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