Monday, 20 April 2026
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Isola delle Femmine: il borgo che ti chiede solo di fermarti

Vacanza isola delle femmine - IcaroJournal

L’Isola delle Femmine non è un’isola. È un borgo di pescatori attaccato alla terraferma, a un passo da Palermo, eppure così lontano dal caos. Il nome viene dall’isolotto che sta davanti, una lingua di pietra selvaggia che un tempo ospitava monache e prigioniere.

Oggi è una riserva naturale, e i gabbiani la governano con il loro volo lento. Arrivi in una mattina di primavera, e la prima cosa che senti è il silenzio. Quello vero, rotto solo dal rumore delle barche che dondolano nel porticciolo e dalle voci dei vecchi seduti all’ombra dei portoni.

Parcheggi e cammini verso il mare. Il lungomare è una striscia di asfalto e panchine, e la spiaggia si stende accanto, dorata e fine. L’acqua è così trasparente che vedi i pesci nuotare tra gli scogli. Ti siedi su una panchina e non fai niente. Guardi le barche dei pescatori che tornano con le reti ancora bagnate, e l’odore di salsedine si mescola a quello di pesce fritto che arriva da una trattoria vicina. Non hai fretta. Non ce n’è.

L’isolotto è lì, davanti a te, a poche centinaia di metri. Ci sono i resti di una torre di avvistamento del Cinquecento, e la leggenda dice che un tempo ci rinchiudevano le donne ribelli. Oggi è un paradiso per i gabbiani reali, e nessuno può metterci piede senza permesso. Lo guardi e basta. Forse è meglio così.

Le stradine bianche e il sapore degli arancini

Ti perdi nel centro storico. Le case sono basse, imbiancate di calce, e le finestre esplodono di gerani rossi e bougainvillee fucsia. Le stradine sono così strette che due persone ci passano a fatica, e ogni angolo è una sorpresa: una piazzetta con una fontana, un portale scolpito, un gatto che dorme al sole. Non c’è nessuno. O quasi. Una donna stende i panni a una finestra, un bambino corre dietro a un pallone.

A un certo punto senti un profumo che non puoi ignorare. È quello degli arancini appena fritti. Segui l’odore e arrivi davanti a una friggitoria piccola, con il bancone di acciaio e il cartello scritto a mano. Ordini un arancino al ragù, e te lo danno caldo, croccante, che ti scotta le dita. Lo mordi e il riso si scioglie, il sugo ti cola sul mento. Lo finisci in tre morsi, e ne ordini un secondo. Al burro, stavolta.

Il pomeriggio sul mare e l’acqua che ti abbraccia

Il pomeriggio lo passi in acqua. La spiaggia principale è sabbiosa e i fondali sono bassi, perfetti per stare con l’acqua alla vita senza fare fatica. Ti immergi e il mare è tiepido, salato, ti accarezza la pelle. Galleggi sulla schiena e guardi il cielo. Non c’è una nuvola. I gabbiani girano sopra di te, e l’isolotto è lì, immobile, come a fare la guardia.

Se hai voglia di camminare, puoi spostarti verso Punta Matese, un tratto di costa più selvaggio dove gli scogli sostituiscono la sabbia e l’acqua diventa ancora più limpida. Ti siedi su una roccia piatta e guardi il mare. Non c’è nessuno. Solo tu, il sole, e il rumore delle onde che si infrangono piano.

Vacanza isola delle femmine - IcaroJournal
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La sera, il pesce e il rumore dei bicchieri

Quando il sole comincia a calare, torni verso il porticciolo. Le barche sono tutte ormeggiate, e le lampade si accendono una a una. I ristoranti sul lungomare tirano fuori i tavoli, e l’aria si riempie di odore di pesce alla brace. Scegli una trattoria con le tovaglie a quadri. Ordini un piatto di pasta con le sarde, un bicchiere di bianco fresco, e poi una grigliata mista. Il pesce è appena pescato, e lo senti dal sapore.

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Fuori, i bambini giocano ancora sulla spiaggia, e qualcuno suona una chitarra seduto sui gradini della chiesa. Bevi il tuo vino e ascolti. Non hai nessun posto dove andare. Domani è un altro giorno, e puoi fare la stessa identica cosa. O forse no. Forse domani prendi una barca e giri intorno all’isolotto. Forse resti ancora un giorno. O forse due.

Isola delle Femmine ti insegna che le vacanze non si misurano in chilometri percorsi, ma in attimi rubati al tempo. Non serve una lista di cose da fare. Basta una panchina, un arancino caldo, e un pomeriggio a galleggiare sull’acqua salata.

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Andrea Piazza

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