La macchina sale, le curve si fanno più strette, e a ogni tornante gli alberi cambiano. Prima i pini, poi i larici, poi il nudo della roccia. L’aria entra dal finestrino e ti pizzica la faccia: è fredda, secca, profumata di resina e di neve lontana. Poi, all’improvviso, le vedi.
Le Dolomiti non sono montagne normali. Sono pareti verticali, creste affilate, pinnacoli che sembrano dita di gigante. Il sole del pomeriggio le accende di un colore rosa che non sai descrivere. Spegni il motore, scendi. Il silenzio ti avvolge come una coperta.
Lasci la macchina nel parcheggio e cominci a salire. Il sentiero è largo, ben segnato, e ogni dieci minuti incontri una baita di legno. La meta è un rifugio a duemila metri, dove arrivi che hai fame e le gambe ti tremano. Entri e c’è una stufa di ghisa che scoppietta e tavoli di legno massello. La signora dietro al bancone ti serve una salsiccia con i crauti e una fetta di polenta. La mangi con le mani, seduto vicino alla finestra. Fuori, le montagne sono così vicine che sembra di poterle toccare. Lo sguardo corre giù nella valle, e tutto sembra piccolo. Il vino caldo ti entra nello stomaco e lo accende.
Il silenzio del crepuscolo e la camminata senza parole
Esci dal rifugio, e la luce è già quella del tardo pomeriggio. Il cielo è di un azzurro intenso, quasi viola. Le cime delle Dolomiti si accendono: è l’enrosadira, il fenomeno che le colora di rosso e arancione per pochi minuti. Cammini in silenzio, senza parlare. Non ce n’è bisogno. Una pera selvatica pende da un ramo, e la raccogli. Fa un po’ di amaro, ma la mangi lo stesso.

Un piccolo lago alpino, o forse una torbiera, riflette le montagne come uno specchio rotto. Ti fermi finché il rosso non si spegne e il mondo diventa blu notte. La temperatura scivola e il naso inizia a gelare.
La malga e la polenta che profuma di fumo
La domenica mattina ti svegli presto, col naso rosso dall’aria fredda e le gambe ancora pesanti. La colazione in rifugio è semplice: latte caldo, miele, fette di pane che tosti sopra la stufa. Poi prendi il sentiero per una malga poco più in alto. È un casolare di pietra col tetto di lamiera, circondato da mucche dal collare lungo. Entri e il signore che le munge ti versa una scodella di latte caldo, ancora schiumoso come uscito dalla mucca. Ti offre un assaggio di formaggio appena fatto, metà morbido e dolce, metà piccante. Lo mangi sbriciolato sulla polenta calda, mentre fuori il cielo è azzurro e le crode ti guardano, silenziose e severe.
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Prima di scendere, un’ultima sosta sulla terrazza naturale che guarda verso sud. Le montagne sono tornate rosa, e tu sei sporco di terra, con le unghie nere e la felpa che sa di fumo. Non hai portato a casa nessun souvenir: hai solo la stanchezza nelle ossa e gli occhi pieni di vette.
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