Prendi il RER alla stazione di Parigi. Il treno è vecchio, la banchina è piena di gente con zaini e macchine fotografiche. Poi il convoglio parte, e mezz’ora dopo sei fuori. La stazione di Versailles è a due passi dal castello, ma non hai fretta.
Cammini lungo il viale alberato, e l’aria è già diversa: più pulita, più leggera. Poi la piazza si apre, e la reggia ti sta davanti, immensa, dorata, con le facciate che brillano come se il sole le avesse appena lucidate.
La coda è lunga, ma tu hai già il biglietto in tasca. Non guardi l’orologio. Oggi Versailles non ha orari.
La galleria di Versailles che ti mangia gli occhi
Entri e il rumore della piazza si spegne. Le sale si susseguono, una dopo l’altra, con i soffitti affrescati e i lampadari di cristallo. La folla ti spinge, ma tu resisti. Ti fermi davanti a un camino di marmo, davanti a un letto a baldacchino, davanti a un ritratto del Re Sole con i tacchi rossi e i capelli cotonati. Poi arrivi alla Galleria degli Specchi. È un corridoio lungo, infinito, con diciassette arcate che si riflettono in diciassette specchi. La luce entra dai finestroni e si moltiplica, rimbalza, ti abbaglia. Cammini piano, la testa all’indietro. I turisti si scattano selfie, ma tu no. Tu guardi il lampadario più vicino, le candele di vetro, i dettagli in oro. Sembra di essere dentro una finta.

Esci dal palazzo e il parco ti si para davanti. Non è un giardino, è un mondo. I vialetti di ghiaia si perdono all’orizzonte, i boschetti sono tagliati a regola d’arte, e le fontane zampillano in silenzio (o forse no, dipende dal giorno). Cominci a camminare, e dopo dieci minuti il palazzo è già piccolo, dietro di te. I turisti si diradano, e puoi finalmente sentire il rumore dei tuoi passi sulla ghiaia. Ogni tanto una panchina, ogni tanto un vaso di aranci, ogni tanto una statua di marmo che ti guarda con occhi vuoti.
La regina che giocava a fare la contadina
In fondo al parco, dopo una camminata che sembra non finire mai, arrivi al Trianon. Non è il palazzo principale, ma forse è più bello. Il Grand Trianon è rosa, con le colonne di marmo e i giardini all’italiana. Cammini sotto i portici, e il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli. Poco più in là, il villaggio della regina. Maria Antonietta lo fece costruire per scappare dalla corte, per giocare a fare la pastorella. Le casette sono ancora lì, con i tetti di paglia e gli orti fioriti.
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Il mulino gira ancora, e qualche anatra nuota nel laghetto. Ti siedi sull’erba, appoggi la schiena a un albero, e pensi che anche una regina, a volte, ha solo bisogno di un angolo di silenzio.
Esci quando il sole è già basso. La coda per il RER è più corta, il treno è meno pieno. Ti siedi vicino al finestrino e guardi la reggia che si allontana, sempre più piccola, sempre più dorata. Sei stanco, i piedi ti fanno male. Ma non hai fretta.
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