L’aereo atterra a Tirana e l’aria è già quella del sud: calda, un po’ pigra, profumata di erbe selvatiche. Dall’aeroporto prendi la macchina, e subito la strada comincia a parlare. Non c’è il caos delle grandi capitali, ma un traffico vivace che ti tiene sveglio, con i vecchi pullman Mercedes che sfrecciano e i cani randagi che dormono ai bordi delle rotonde.
Ti sembra di essere finito in un film. Poi, dopo un’ora, i palazzi si diradano, le colline diventano più verdi, e la strada si arrampica verso l’interno. Non hai un programma rigido. Hai solo quattro giorni e la voglia di farti sorprendere.
Non ti fermi molto nella capitale. Abbastanza per camminare in piazza Skanderbeg, che è immensa, con la statua del condottiero a cavallo e lo sfondo delle montagne. I palazzi intorno sono dipinti con colori vivaci: arancione, rosa, azzurro. Sembra una scatola di pastelli. Poi ti perdi nel quartiere Blloku, che un tempo era riservato ai gerarchi del regime e oggi è pieno di caffè alla moda e boutique. Ma la vera sorpresa è sotto terra: un bunker antiatomico trasformato in museo. Scendi, e l’umidità ti avvolge. I corridoi sono stretti, le stanze vuote. I documenti alle pareti raccontano una dittatura che ha chiuso il paese per decenni. Sali in superficie e la luce ti acceca. Sembra di tornare al mondo.
Prima di andare via, compri un byrek caldo da un fornaio. È una sfoglia sottile ripiena di formaggio e spinaci, unta, croccante. La mordi camminando, mentre il sole picchia sulle facciate colorate. È il primo boccone albanese, e non lo scordi.
Berat: la finestra che affaccia sul passato
Guidi verso sud. La strada si arrampica tra colline di ulivi e campi di grano. Dopo un paio d’ore, la vedi. Berat è una cascata di case bianche che scende dalla collina fino al fiume. Le finestre sono tante, piccole, fitte, una sopra l’altra. Da lontano sembrano occhi. La chiamano la città dalle mille finestre, e il nome le calza.

Parcheggi ai piedi del quartiere di Mangalem. I vicoli sono ripidi, fatti di ciottoli lucidi, e le case di pietra bianca si stringono come se avessero freddo. A ogni angolo una bottega di artigiani, un gatto che dorme, una fontana che gocciola. Sali verso il castello. Non è un castello qualunque: è un quartiere fortificato dove la gente vive ancora. Cammini tra le mura antiche e trovi chiese bizantine, orti, bambini che giocano a pallone. L’aria è fresca, e la valle dell’Osum si stende sotto di te, verde e quieta.
Ti siedi su un muretto di pietra. Un vecchio ti passa accanto con un asino carico di legna. Non ti guarda nemmeno. Il sole comincia a calare, e le mille finestre si accendono di luce arancione. Pensi che è il momento più bello, e non hai nemmeno scattato una foto.
Ksamil: l’acqua che non sembra vera
L’ultimo giorno scendi verso il mare. La strada supera il passo di Llogara, e all’improvviso la costa ti si para davanti: una distesa blu che si perde all’orizzonte. La strada scende a tornanti, e ogni curva ti regala una nuova baia. Ma tu vai dritto, fino a Ksamil.
Il paese è piccolo, con case basse e ristoranti di pesce. Parcheggi e cammini verso la spiaggia. L’acqua è di un azzurro così carico che sembra inchiostro. Sotto la superficie, i fondali sono sabbiosi, e piccoli pesci argentati scappano via. Poco lontano, tre isolette verdi emergono dal mare come tartarughe.
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Togli le scarpe ed entri. L’acqua è tiepida, quasi calda. Nuoti verso l’isola più vicina, e le braccia tagliano l’acqua senza fare rumore. Arrivi, appoggi le mani sulla roccia ruvida, e ti giri. La spiaggia è lì, dorata, con gli ombrelloni colorati e la gente che chiacchiera. Ma tu sei distante abbastanza per sentire solo il rumore delle onde.
Più tardi, trovi una taverna sul mare. Ordini un piatto di pesce misto. Il cameriere ti porta calamari, gamberi, una spigola intera, tutto fritto o alla brace. Lo mangi con le mani, seduto su una sedia di plastica, mentre il sole ti scalda le spalle. Il vino bianco è freddo, e l’odore del mare si attacca alla pelle.
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