Galway non te lo aspetti. Arrivi dopo ore di strada tra colline verdi e pecore che ti guardano mangiare l’erba, e all’improvviso la città ti si para davanti come un pugno di colori.
Le case del centro sono dipinte di rosa, di blu, di giallo, una accanto all’altra come se avessero deciso di non prendersi troppo sul serio. Esci dalla stazione degli autobus, e già senti qualcosa: un violino, lontano, che suona un reel. È il primo suono che porti a casa.
La passeggiata lungo il fiume e il primo pub
Ti perdi subito. Le strade si chiamano Shop Street, William Street, e sono un labirinto di bancarelle di artigiani, ragazzi che suonano la chitarra, vecchi che leggono il giornale seduti sulle panchine. Cammini senza mappa, e ogni angolo è una sorpresa. Arrivi al fiume Corrib, largo e veloce, che attraversa la città come una lama d’argento. Segui la riva fino alla Spanish Arch, quello che resta delle antiche mura medievali. I turisti scattano foto, ma tu no. Tu ti siedi sul gradino di pietra e guardi l’acqua che corre. Non fa niente di speciale, eppure non ti stanchi.
Poi entri in un pub. Si chiama Tigh Neachtain, ha i muri di legno scuro e le vetrate colorate. È l’ora dell’afternoon, e il bancone è pieno di gente che beve una pinta e parla forte. Ordini una Guinness. È nera, densa, con la schiuma che sembra panna. Bevi, e il sapore è tostato, amaro, e ti riempie la bocca. Un uomo al bancone ti sorride e alza il bicchiere. Brindate. Non sai il suo nome, ma non importa.
La cattedrale, il silenzio e la lunga passeggiata
Esci e cammini verso la Cattedrale. È immensa, di pietra grigia, con un rosone che sembra un occhio aperto sul cielo. Entri e il silenzio è totale, rotto solo dai tuoi passi sul marmo. Le vetrate raccontano storie di santi e di pescatori, e la luce colorata si posa sulle panche di legno. Ti siedi in fondo, senza pregare, solo per stare fermo. Fuori, la città rumoreggia, ma qui dentro c’è pace.
Poi esci e cammini verso la Long Walk. È una fila di case colorate che si specchiano nell’acqua del porto. I gabbiani gridano, le barche dondolano, e il vento ti spettina i capelli. Cammini piano, con le mani in tasca, e ogni casa ha un colore diverso: rosso, arancione, blu, verde. Sembrano uscite da una scatola di pastelli. Ti fermi a metà strada e guardi il riflesso nell’acqua. È perfetto. Non scatti nemmeno una foto. La tieni negli occhi.
La sera, la musica e il connemara
La sera la dedichi alla musica. Galway è la capitale della musica tradizionale irlandese, e i pub si accendono dopo il tramonto. Entri in un pub qualsiasi, magari The Crane Bar, e trovi un gruppo di musicisti seduti in cerchio. Un violino, un flauto, una chitarra, un bodhrán (quel tamburo di pelle che sembra un setaccio). Cominciano a suonare, e la musica è veloce, allegra, ti fa battere il piede a terra. La gente si alza, qualcuno balla, qualcuno canta. Ordini un’altra Guinness, e il tempo non esiste più.
Se hai un giorno in più, scappi nel Connemara. Prendi un autobus o noleggi una macchina, e in un’ora sei tra montagne di pietra e laghi neri come l’inchiostro. L’Abbazia di Kylemore è un castello che sembra uscito da una fiaba, con le sue torri che si riflettono nell’acqua. Cammini nel giardino vittoriano, tra rose e ortensie, e il silenzio è rotto solo dal volo di un airone. Ti siedi sull’erba e pensi che forse l’Irlanda è fatta così: bellezza selvaggia che ti prende e non ti molla più.

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Galway ti lascia con le orecchie piene di musica e gli occhi pieni di colori. Non è una città che devi visitare, è una città che devi ascoltare. Basta sedersi in un pub, bere una pinta, e lasciare che il violino faccia il resto.
Se devi scegliere tra una corsa da un monumento all’altro e un pomeriggio seduto sulla Spanish Arch a guardare l’acqua, scegli l’arco. Tra una foto ricordo e una pinta di Guinness bevuta in un pub senza nome, scegli la pinta. Perché Galway non si visita, si ascolta. E in due giorni, se hai il coraggio di entrare nel primo pub che vedi, te la porti dentro come una canzone che non smetti di fischiare, anche quando l’aereo è già decollato.
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