Non c’è niente di ordinato, a Genova. Appena esci dalla stazione Brignole, la città ti prende per mano e ti butta dentro un dedalo di vicoli stretti dove il cielo diventa una striscia lontana. I caruggi sono umidi, odorano di caffè bruciato e di lavanda stesa. Ogni angolo nasconde una chiesa dimenticata, una bottega di antiquariato, una friggitoria dove l’olio sfrigola da cent’anni. Non cerchi la cartolina: cerchi l’anima. E Genova, te lo sussurra subito, l’anima ce l’ha e non la mostra ai frettolosi.
Il primo giorno, abbandoni ogni tentativo di orientarti. Entri in via San Luca e le case si toccano quasi, i balconi si scambiano i panni stesi. Senti il profumo del pesto che sale da una finestra: basilico, aglio, formaggio grattugiato. Segui il naso e finisci in una trattoria senza insegna dove il pranzo è una liturgia. Il pesto lo fanno nel mortaio di marmo, e te lo servono con le trofie, pasta corta che si arrotola sul palato come un riccio di mare addomesticato. Il cameriere non ti chiede come lo vuoi. Lo porta e basta. Ha ragione lui.

Dopo mangiato, esci e la piazza Cambiaso ti si apre improvvisa, come una boccata d’aria. Poi risprofondi: vico del Fico, vico del Ferro, salita degli Orefici. I nomi sono mappe di antichi mestieri. A un certo punto, una scala di marmo consumata dai passi secolari sale verso l’ignoto. La segui. In cima, lo sguardo corre su un panorama di tetti rossi e gru del porto. Alle spalle, i monti della Liguria ti guardano, verdeggianti e quieti.
La notte in cui il porto ti racconta storie
La sera, scendi verso il Porto Antico. Il tramonto ha già acceso le luci dei lampioni, e l’acqua scura del bacino si increspa appena. I magazzini di cotone di una volta sono diventati librerie, acquari, spazi per eventi. Ma non ci entri. Preferisci camminare lungo la passerella sopraelevata, quella che i genovesi chiamano “la passeggiata di ponente“. Sotto di te, le barche dei pescatori dondolano legate ai pali. Davanti, la Lanterna lampeggia lenta, vegliando sul golfo da secoli. Ti siedi su una panchina di cemento, il rumore delle onde che si infrangono contro i moli è l’unica colonna sonora. Un gabbiano ti osserva, immobile come una sentinella.
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Il mattino di Boccadasse e l’addio
L’ultimo giorno, prendi l’autobus e vai verso il levante. Dopo mezz’ora sei a Boccadasse, un borgo di pescatori che sembra scivolato giù dalla collina per fermarsi a guardare il mare. Le case sono dipinte di colori pastello: rosa, giallo, arancione. Le barche sono tirate in secco sulla spiaggia di ciottoli, e i vecchi riparano reti seduti fuori dalle porte. Compri un gelato al cioccolato e al basilico – sì, basilico – da un’edicola sul lungomare. Il sapore è strano, ma ti ci abitui subito. Siediti sugli scogli, e le onde lambiscono le suole delle tue scarpe. Il cielo è pulito, e in lontananza la costa si perde nella foschia.

Prima di riprendere il treno, fai un ultimo giro in macchina lungo la sopraelevata, quella che corre sopra i binari e regala una prospettiva aerea della città. Genova è tutta sotto di te, compatta e segreta, come un libro che hai iniziato a leggere ma che non vuoi finire.
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