Non è il mare delle cartoline, quello di Jesolo. Non ha l’acqua turchese dei tropici né le scogliere a picco. Ha una spiaggia larghissima, quasi piatta, e una sabbia così sottile che sembra talco. I fondali scendono piano, così piano che puoi camminare per cento metri senza mai perdere il contatto con il fondo.
È il mare dell’infanzia, quello che ti entra nei pori ancora prima che tu abbia finito di sbadigliare. Arrivi al mattino, e l’odore è già quello giusto: sale, crema solare, e il fritto della piastra che qualcuno ha già acceso.
Togli le scarpe e cammini sulla battigia. La sabbia è calda, quasi scotta, ma dopo pochi passi ti ci abitui. I piedi affondano, e il rumore è quello secco dei passi sull’asciutto. Intorno a te, le famiglie si stanno sistemando. I bambini corrono con i secchielli, le mamme spalmano la crema, i papà gonfiano i materassini.
L’odore della piastra si mescola a quello dell’olio di cocco, e il vociare è un brusio continuo, come il ronzio di un alveare felice. Pianti l’ombrellone dove capita, stendi l’asciugamano, e ti siedi. Il sole ti scalda le spalle, e il rumore delle onde è l’unica musica che serve.
L’acqua tiepida che non chiede permesso
Ti alzi e vai verso l’acqua. I primi passi sono esitanti, perché la sabbia sotto i piedi è ancora più calda. Poi arrivi al bagnasciuga, e l’onda ti lambisce le caviglie. L’acqua è tiepida, quasi calda, e non ti toglie il fiato. Entri piano, e più vai avanti più il fondale resta basso.

Cammini nell’acqua che ti arriva alle ginocchia, poi ai fianchi, e ancora non devi nuotare. Ti immergi, e il primo tuffo è una carezza. Resti a galla a guardare il cielo, e il rumore della spiaggia diventa un sottofondo lontano. Qualche bambino ti schizza, ridendo, e tu gli fai finta di fare una spruzzata.
La sera, il fritto e la sabbia che si è infilata dappertutto
Il sole comincia a calare, e la spiaggia si svuota. I bambini stanchi vengono portati via, le mamme piegano gli asciugamani. Restano poche persone: una coppia di anziani legge il giornale sotto l’ombrellone, un ragazzo fa jogging sulla riva. Le luci degli chalet si accendono, e l’odore del fritto esce dalle cucine. Cammini ancora un po’ sulla sabbia ormai fredda, e i piedi lasciano impronte profonde. Poi ceni in uno chalet qualunque: ordini una frittura di paranza, e te la portano nel cartoccio, fumante, con gli anelli di calamaro dorati e le sogliole piccole croccanti. La mangi con le mani, seduto sulla sedia di plastica, mentre il vento ti porta il rumore delle onde. Non hai fatto niente di speciale, oggi. Eppure sei felice.
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Jesolo ti lascia la sabbia nelle pieghe della pelle e il sapore del fritto sulla lingua. Non è una città che devi capire, è una spiaggia che devi vivere. Basta stendere l’asciugamano, tuffarsi nell’acqua tiepida, e aspettare che il sole faccia il suo lavoro.
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