Non te lo aspetti, il silenzio di Noto la notte prima dell’Infiorata. Le strade sono vuote, i portoni dei palazzi barocchi sono chiusi, e il Corso Vittorio Emanuele sembra un fiume di pietra addormentato. Ma qualcosa sta succedendo.
Lo senti nell’aria: un profumo di fiori che non appartiene ai giardini, un ronzio lontano di gente che si muove in sordina. Sono loro, gli infioratori. Arrivano con secchi di petali e disegni sotto il braccio, e si chinano sul selciato come monaci che preparano un altare.
Ti siedi sul gradino di una chiesa e li guardi lavorare. Non parlano. Solo il fruscio dei petali che cadono, uno a uno, e il rumore delle mani che premono, che sistemano, che correggono. Loro sanno che domani tutto questo sarà calpestato, ammirato, fotografato. E poi, dopo pochi giorni, spazzato via. Ma non importa. Perché l’Infiorata non è fatta per durare. È fatta per accadere.
I disegni quest’anno sono diversi. Non ci sono solo Madonne e santi. C’è Freddie Mercury, con i baffi e il microfono che diventa un giglio. C’è Marilyn Monroe, la gonna che si alza in un turbine di petali rossi. C’è Andy Warhol, le sue lattine di zuppa diventate rose gialle. E poi i Beatles, Fellini, Totò. La cultura pop che incontra il barocco, il rock che si fa fiore. Per un attimo ti sembra strano, quasi irriverente. Poi capisci: è la Sicilia che sa sempre mescolare il sacro e il profano, e renderli entrambi bellissimi.
L’alba e il tappeto che non crederai… la magia di Noto
Resti lì tutta la notte. Non te ne accorgi nemmeno. Il sonno non arriva, perché i colori che vedi nascere sotto i tuoi occhi sono ipnotici. Il lilla, il rosso, il giallo, l’arancio. Petali di rose, di garofani, di margherite. Li riconosci dal profumo che sale da terra, umido e dolce.
Poi, all’improvviso, è mattina. Il sole spunta dietro il duomo, e la luce colpisce il tappeto. È immenso, 122 metri di lunghezza, un fiume di petali che attraversa la città. Ti alzi e cammini lungo il bordo, a testa bassa, come se stessi entrando in una chiesa. Ogni disegno è un mondo. Il ritratto di Marilyn è fatto di migliaia di puntini color carne, e i capelli sono petali di papavero. Freddie Mercury ha la giacca gialla di petali di ginestra, e la sua bocca spalancata è un garofano rosso.
I turisti arrivano piano. Qualcuno scatta foto, qualcuno si mette in ginocchio per guardare da vicino. Ma tu no. Tu resti in piedi, in silenzio. Perché alcune cose non si fotografano, si guardano e basta.
L’ultimo pomeriggio prima che tutto svanisca
Verso sera, i petali cominciano a stancarsi. Alcuni si sono già staccati, qualcuno è stato calpestato, il vento ne ha portati via alcuni. I colori non sono più vividi come all’alba. Ma forse è ancora più bello così. Perché l’Infiorata non è un monumento. È un respiro. Dura quello che deve durare, e poi se ne va.
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Prima di andare via, ti accovacci sul bordo. Raccogli un petalo rosso, ormai un po’ appassito. Lo metti in tasca. Non lo butterai mai.
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Un giorno a Noto, il giorno dell’Infiorata, ti insegna che la bellezza più grande è quella che non puoi tenere. Quella che devi guardare sapendo che già si sta sciupando. Come i petali, come i fiori, come la primavera stessa.
Se devi scegliere tra una foto perfetta e un’ora seduto sul gradino a guardare gli infioratori lavorare, scegli il gradino. Tra un souvenir comprato al mercato e un petalo raccolto da terra, scegli il petalo. Perché l’Infiorata di Noto non si visita, si aspetta. E se hai la pazienza di startene fermo tutta la notte, ti regala qualcosa che nessuna cartolina potrà mai darti: il silenzio dei petali che cadono, uno a uno, e diventano una canzone.
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