La prima cosa che vedi, appena superi Taranto, è l’ulivo. Non uno, non due, ma migliaia. Si stendono fino all’orizzonte, con i tronchi contorti che sembrano vecchi stanchi ma che tengono duro. Poi la strada comincia a scendere, e l’aria cambia: diventa più salata, più calda. All’improvviso, il mare. Non quel mare timido del nord, ma un blu talmente carico che sembra inchiostro. Sei nel Salento, e il tacco d’Italia sta per darti un calcio dritto al cuore.
Scendi verso Santa Maria di Leuca. La strada costeggia scogliere bianche e calette nascoste, e a ogni curva il colore dell’acqua cambia: turchese, smeraldo, zaffiro. Scegli la spiaggia più piccola, quella dove non si ferma nessuno. Togli le scarpe, cammini sugli scogli lisci, e l’acqua ti lambisce i piedi. È tiepida, limpida, e sotto la superficie vedi i fondali di pietra e le praterie di posidonia. Non resisti. Ti butti. Il primo tuffo è una carezza salata che ti lava via la polvere del viaggio. Resti a galla a guardare il cielo, e non vuoi più uscire.
Poco distante, c’è una scogliera che si spinge verso il largo. Le grotte marine sono nascoste dietro gli spigoli di roccia, e se hai una maschera puoi nuotare dentro, dove la luce entra da un buco e colora l’acqua di un azzurro irreale. I pesci non scappano. Ti guardano, incuriositi, come se fossi un ospite strano.
I paesi bianchi che profumano di fico nel Salento
Lasci il mare e ti addentri nell’entroterra. Il primo paese che incontri è Specchia. Le case sono tutte bianche, bassa, con i vicoli stretti che si aprono in piazzette dove le vecchie ricamano sedute fuori dalla porta. I balconi sono pieni di gerani e bougainvillee fucsia, e l’aria profuma di fico d’India e di pane appena sfornato. Cammini senza meta, e il silenzio è rotto solo dal rumore delle tue ciabatte sui ciottoli.
Poi raggiungi Otranto. Il centro storico è un labirinto di scalette e archi, e in cima c’è la cattedrale. Entri e la sorpresa è il mosaico: un albero enorme che copre tutto il pavimento, con animali, mostri, scene di caccia e figure bibliche. Cammini sopra senza sapere dove guardare, e per un attimo ti sembra che l’intera storia del mondo sia lì, sotto i tuoi piedi.

La cucina che sa di terra e di mare
La sera, cerchi una trattoria nel centro di un paese qualsiasi. Non hai prenotato, non sai nemmeno il nome. Ti siedi e ordini quello che ti passa il cameriere. Arriva una zuppa di pesce: cozze, vongole, gamberi, scorfano, il tutto in un brodo rosso e profumato che sa di mare e di pomodoro. La mangi con il cucchiaio, e ogni sorso è una nuvola.
Poi, un piatto di pasta con le cime di rapa. Semplice, quasi povera, ma l’amaro delle cime si sposa con il piccante della peperoncino e la pasta è fatta in casa, irregolare, che si attacca ai denti. Bevi un bicchiere di rosato salentino, freddo e fresco, che ti scende giù come una canzone.
Il tramonto a Leuca dove due mari si incontrano
L’ultimo giorno lo regali a Leuca. Sali sul lungomare, dove il mar Ionio e l’Adriatico si incontrano. La leggenda dice che qui finisce la terra e comincia il mito. C’è un santuario bianco, in cima a una scalinata enorme, e dall’alto il mare è un tappeto d’argento che non finisce mai. Ti siedi sui gradini e aspetti. Il sole cala piano, e il cielo si tinge di rosso, di viola, di arancione. Le barche dei pescatori tornano al porto, e un’ultima luce colora le case del borgo.
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Sotto di te, due mari si stringono la mano. E tu pensi che il Salento è così: un posto dove tutto si incontra, dove la terra bacia il mare, dove il barocco abbraccia il bianco delle case, dove il silenzio dei paesi si rompe nella musica della movida notturna. È una terra estrema, e per questo non la scordi mai.
Il Salento ti lascia la pelle salata, i piedi sporchi di sabbia e gli occhi pieni di luci. Non ti chiede di capirlo, ma di viverlo. Basta un tuffo, una passeggiata in un paese bianco, un piatto di pesce mangiato con le mani.
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