La funicolare parte da Trapani e comincia a salire. Sotto di te, la pianura si allontana, le saline diventano quadrati di specchi d’acqua, e il mare si perde all’orizzonte. Poi, dopo l’ultimo strappo, il borgo ti appare: un ammasso di pietra grigia arroccato sulla cima, con le case strette l’una all’altra e le stradine che sembrano budelli.
Scendi, e il vento ti accoglie. È un vento che viene da lontano, dal mare, e che porta con sé il profumo di sale e di erbe selvatiche. Sei a Erice, a 750 metri sopra il mondo, e il tempo qui ha un’altra velocità.
Non hai mappa, non ti serve. Le stradine sono tutte uguali: lastricato di pietra, archi a sesto acuto, portali medievali con lo stemma consumato dal tempo. Cammini e i passi rimbalzano sui muri alti. I vicoli si aprono in piazzette dove una fontana zampilla e quattro vecchi giocano a carte. Non c’è nessuno, o quasi. Un gatto nero ti guarda da una soglia, poi scompare.
A un certo punto, il muro si rompe e il panorama ti schiaffeggia. Il golfo di Trapani è lì, sotto di te, con le isole Egadi che galleggiano sul mare come tartarughe. La pianura, le saline, e in lontananza San Vito Lo Capo. Il cielo è così limpido che sembra di poter toccare l’orizzonte con la mano. Ti siedi su un muretto e non parli. Il vento ti muove i capelli, e per un attimo non pensi a nulla.
La chiesa e il castello del re a Erice
Ti incammini verso la cima. Il Duomo dell’Assunta è lì, con il suo campanile gotico che svetta sopra i tetti. La facciata è un ricamo di pietra, con rosoni e archetti intrecciati. Entri e il silenzio è spesso, rotto solo dal rumore dei tuoi passi sul marmo. Le navate sono bianche, pulite, e la luce filtra dalle vetrate colorate. Non c’è folla. Puoi restare in pace, seduto su una panca, a guardare il soffitto a capriate.
Poi sali verso il Castello di Venere. È un rudere, ma le mura sono ancora in piedi, e le torri dominano la valle. Sali sui bastioni, e il vento è più forte. Il mare si stende tutto intorno, e sotto di te il borgo sembra un presepe. I tetti grigi, i campanili, i giardini segreti. Le leggende dicono che qui Venere accendeva il fuoco dell’amore. Tu non sei Venere, ma un fuoco lo senti lo stesso. Quello di non volerti muovere.

I dolci di mandorla e il primo assaggio che non si dimentica
Scendi verso la via principale. Qui le botteghe vendono le cose più buone che tu abbia mai assaggiato: i dolci di mandorla. I genovesi, piccoli e morbidi, coperti di zucchero a velo. Le paste di mandorla a forma di frutta, colorate a mano. I biscotti al vino, secchi e profumati. Entri in una pasticceria, ne compri un pugno, e li mangi camminando. Il primo boccone è una nuvola di mandorla che si scioglie in bocca. Il secondo è più intenso. Alla fine, le dita sono unte di zucchero, e il sorriso è largo.
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La sera, il silenzio e le stelle
La sera, dopo che gli ultimi turisti se ne sono andati con la funicolare, Erice si addormenta. Le strade diventano ombre, i ristoranti accendono le candele, e la luna illumina il selciato. Ceni in una trattoria con il camino acceso. Ordini un piatto di pasta con le sarde, un bicchiere di vino locale, e ascolti il silenzio. Fuori, nessuno passa. Solo il vento, e qualche passo lontano. Sembra di essere finiti in un’altra epoca. Poi esci e alzi gli occhi. Il cielo è così pieno di stelle che non sai dove guardare. La Via Lattea è una striscia di luce, e le costellazioni che non vedi mai in città, qui sono tutte. Resti lì, a bocca aperta, finché il collo non ti duole.

La domenica mattina, prima di andare via, torni sui bastioni del castello. La luce è diversa: è più tenera, più rosata. Il mare è calmo, e le Egadi sembrano più vicine. Il sole scalda la pietra, e il vento si è addormentato. Ti siedi sull’ultimo muretto, quello che guarda il vuoto, e pensi che due giorni sono pochi, ma sono stati perfetti.
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