La strada scende verso il fiume, e l’aria cambia. Fino a un momento fa era calda, profumata di ginestra e di polvere. Poi, all’improvviso, diventa fresca. Non è il fresco della sera o della montagna: è un’altra cosa, più profonda. È l’odore dell’acqua che scorre da millenni, il respiro della terra che si apre. Il sentiero si stringe, le pareti di roccia si alzano ai lati, e il rumore del fiume diventa più forte.
Poi, a un certo punto, le pareti si aprono e tu sei dentro. Il canyon è un taglio nella terra, un corridoio di basalto che si è raffreddato in colonne perfette, alte come palazzi, strette in alcuni punti da poterti toccare con le braccia aperte. È un’altra epoca, un’altra Sicilia.
La scalinata scende ripida tra gli alberi, e la scendi piano, quasi in punta di piedi. A ogni gradino, il rumore del fiume si fa più vicino, l’ombra più densa. Le pareti di roccia si alzano intorno a te come mura di una cattedrale, e il sole arriva a fatica, una striscia di luce che taglia l’oscurità. Poi la scalinata finisce, e i piedi toccano l’acqua.
È fredda, molto più di quanto ti aspettassi. Il primo contatto è una scossa, una fitta che ti sale lungo le gambe. Ma dopo un attimo, il corpo si abitua, e l’acqua non è più nemica. È una carezza gelida che ti sveglia la pelle.
Cammini nel letto del fiume. L’acqua è così limpida che vedi ogni sasso sul fondo, e le pareti di basalto ti sovrastano, colonne prismatiche che sembrano canne d’organo. La luce che filtra dall’alto è verdastra, e il silenzio è rotto solo dallo sciabordio dell’acqua e dal rumore dei tuoi passi. Ogni tanto ti fermi, e alzi lo sguardo. Le pareti sembrano muoversi, quasi respirare. La loro storia è così antica che la mente fatica a comprenderla. Sono qui da trecentomila anni, e tu sei solo un puntino che le attraversa.
Il freddo, la roccia e il ritorno alla luce
Più ti addentri, più il canyon si stringe. L’acqua ti arriva alle ginocchia, poi ai fianchi. Non devi nuotare, perché il fondo è sicuro e l’acqua resta bassa. Ma il freddo è una lama, e ogni passo è un piccolo trionfo. In alcuni punti, l’acqua forma piccole cascate, laghetti improvvisati dove la luce si rifrange in mille sfumature.
Ti fermi in uno di questi punti, e per un attimo non c’è nessun altro. Solo il suono dell’acqua che scorre e il peso di migliaia di anni sulle tue spalle. Non sai quanto tempo sei rimasto lì. Forse dieci minuti, forse un’ora. Non importa. Quando risali, le gambe sono stanche e la pelle è fredda, ma la sensazione è quella di avere fatto qualcosa di vero.
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La scalinata ti riporta in superficie, e l’aria calda ti colpisce come un abbraccio. Il paesaggio intorno è quello della Sicilia che conosci: ulivi, mandorli, e il profumo della terra che si scalda. Ma dentro di te, qualcosa è cambiato.
Un pomeriggio alle Gole dell’Alcantara ti insegna che la bellezza più vera è quella che devi cercare sotto terra, dove l’acqua è fredda e la luce è una lama. Non serve una guida, non serve un programma. Basta scendere una scalinata, bagnarsi i piedi, e lasciarsi guardare da pareti di lava che hanno visto passare gli imperi.
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